Dai dijamanti, a volte, nasce di tutto

Il nostro amico Tamas è universalmente riconosciuto come uno dei maggiori esperti mondiali di calcio e di Balcani. Ci è venuto naturale, quindi, chiedere la sua visione sulla storica prima qualificazione della Bosnia al mondiale. Tamas scrive regolarmente sul suo blog, che potete trovare a questo link.

Della qualificazione della Bosnia-Erzegovina ai prossimi mondiali (prossimi, ormai, anche in senso proprio, dato che a giugno del 2014 mancano pochi mesi) la cosa che meno stupisce è il fatto tecnico. Che una squadra che possiede giocatori come Džeko, Pjanić, Ibišević, ecc. sia in grado di qualificarsi ai mondiali, vincendo la concorrenza della pur ostica Grecia (e non sono affatto ironico; potrei anzi dire che se fossi il selezionatore di una nazionale europea di medio livello sarei terrorizzato dalla prospettiva di capitare nello stesso gruppo degli antiestetici, furbi e tremendamente regolari greci) e di una deludente Slovacchia, penso che non sia sorprendente per nessuno. D’altra parte stiamo pur sempre parlando di una squadra che è arrivata molto vicina a qualificarsi sia ai mondiali del 2010 sia agli europei dello scorso anno, venendo fermata in entrambe le occasioni solo dalla flemma, dalla tecnica e dalla superiore esperienza dei portoghesi.

In altri termini, ci si poteva quasi attendere la qualificazione diretta dei balcanici; si tratta di un avvenimento senza dubbio piacevole, per chi almeno come me guarda con simpatia alla Bosnia-Erzegovina nel suo complesso, ma non precisamente una notizia. La notizia è per definizione qualcosa che uno che non s’aspetterebbe: è (appunto) la cavalcata della Grecia all’europeo 2004; lo sarebbe l’eventuale riunificazione politica della Bosnia-Erzegovina, a venti anni o quasi dalla fine della guerra, e la sua rinascita socio-economica e morale; ma lo è, certamente, il fatto che il più amato e appassionato dei tifosi della Nazionale bosniaca sia un serbobosniaco, fuggito in Serbia con la sua famiglia agli inizi della guerra civile e tornato in patria soltanto nel 2009.

La nazionale bosno-erzegovese, in effetti, è soprattutto un fatto che riguarda la parte musulmana della popolazione. L’avrete letto ovunque, ma giova ricordarlo: sono musulmani quasi tutti i giocatori (fa eccezione fra i big il solo Misimović), sono musulmani, soprattutto, quasi tutti i tifosi, giacché le comunità serbo- e croato-bosniaca tendono a identificarsi con le selezioni dei paesi confinanti. Però Marjan Mijajlović, nato a Tuzla (nella capitale, cioè, della Bosnia davvero laica, multietnica e multireligiosa), pur essendo un serbo di Bosnia, pur avendo vissuto in Serbia, pur avendo probabilmente sofferto per la propria condizione, ché altrimenti non si spiegherebbe l’abbandono di Tuzla nel 1992, con tutto questo è indiscutibilmente il telecronista più apprezzato di Bosnia e il cantore ufficiale delle gesta degli Zmajevi (i Draghi). E non c’è bisogno di conoscere il serbo-croato – che Mijajlović pronuncia al modo ekavo dei serbi, fatto che normalmente disturba non poco i musulmani di Bosnia – per capirne il motivo.

 

Qui nasce il mito di Mijajlović. Nello stesso momento Džeko guadagna il nuovo soprannome di Diamante.

 

 

Mijajlović in giro per i Paesi Baltici. “Ludi komentator” significa “telecronista pazzo”, mentre “neverovatan” sta per “incredibile”.

Il nostro Marjan dà il meglio di sé in un derby.

Qui commenta la partita più importante del girone.

 

Ed eccolo mentre descrive il gol che spedisce i Draghi ai mondiali.

 

Sulla qualificazione della Bosnia si sono fatti, anche inevitabilmente, molti discorsi che esulano dallo sport. Ci si è chiesti, in sostanza, in che modo (e se) il calcio possa contribuire a trasformare un’entità frammentata e litigiosa in uno stato vero. Si è chiesto insomma al calcio di mostrarsi razionalmente utile. Personalmente credo che qualcosa succederà, e che qualcosa sia già successo; ma sono anche convinto che non tutto sia analizzabile e smontabile, e che molto del futuro della Bosnia passi non per la ragione, ma per l’irrazionalità e il sentimento, che è ciò che fonda un’identità e una comunità.

In questo senso, l’improbabile esistenza di un Marjan Mijajlović, serbo di Bosnia che commenta il calcio con lo stile dei telecronisti turchi e sudamericani, è più significativa di una – normale – qualificazione ai mondiali da parte di una squadra indiscutibilmente forte.Bosnia e Herzegovina

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