Diario di bordo mondiale, ep. 2

La seconda puntata del diario di Tamas è online! A chi non l’avesse già letta consiglio di recuperare la prima parte cliccando qua. Buona lettura!

Ieri si sono giocate quattro partite: di tre mi libererò rapidamente, la quarta invece vorrei raccontarla un po’ di più.

Giappone – Costa d’Avorio non l’ho vista: mi ero scordato che ci fosse e ho commesso l’errore di andare a letto. Poi me ne sono ricordato e ho quasi fatto per alzarmi, ma a una certa età certe cose non si fanno più. Mi spiace per me che sto invecchiando e per Zaccheroni; d’altronde però gli arancioni ivoriani mi stanno molto simpatici anche loro, giunti come sono all’ultima grande possibilità per una generazione che avrebbe meritato di più.

Colombia – Grecia è stata una partita, ai miei occhi, di bassissimo livello. La Grecia, che pure nel nostro continente è una squadra terribilmente pragmatica e quasi cinica, una di quelle che ottiene costantemente il 101% dei risultati razionalmente possibili, al Mondiale soffre ancora, evidentemente, del trauma del 1994. In quell’occasione, non so se ricordate, gli entusiasti elleni – una squadra assai più scarsa ma anche più ariosa di quella che abbiamo conosciuto noi con l’arrivo di Rehhagel – finirono in un girone con l’Argentina di Maradona e Batistuta, la Bulgaria di Stoičkov e la Nigeria di Finidi e Amokachi: e, come da logica, furono massacrati. Da allora gli irsuti atleti greci si accostano alle are mondiali con il collo scoperto alla lama, novelle Ifigenie dalle gambe storte. Se poi ci mettete anche il gol sbagliato da Gekas, converrete che psicologicamente i nostri cugini balcanici sono messi assai male. Dall’altra parte la Colombia che dovrebbe spaccare il mondo, fatti salvi due spunti due di Cuadrado e una buona prestazione di James Rodriguez – uno che non è più una promessa o un prospetto -, è parsa ben poca cosa. E sinceramente quella difesa lì, con Zúñiga e Armero che dovrebbero mascherare le fragilità intrinseche di Zapata e Yepes, e però anche loro sono Zúñiga e Armero, sembra improponibile a certi livelli.

Va detto tuttavia che intanto sono a tre punti nel girone e a +3 di differenza reti, per cui magari hanno ragione loro.

Colombia Grecia

Italia – Inghilterra, non fosse che siamo italiani e l’abbiamo vissuta di conseguenza con emotività e partecipazione, è stata una partita piuttosto razionale: l’Italia ha quasi dominato dove poteva dominare, cioè nel centro del centrocampo, con una precisione di passaggi (dovuta anche alla vicinanza di Pirlo, Verratti e De Rossi) che alla lunga ha fiaccato gli inglesi. L’Inghilterra, da parte sua, ha mostrato di avere gente tecnica e veloce in attacco e di poter puntare quasi sempre i nostri difensori; Chiellini, come sapevamo, non è più un terzino sinistro e nel primo tempo per lunghi tratti è finito fuori posizione, lasciando da solo il già disastroso Paletta. Poi nel secondo è stato bloccato dietro e ha limitato i danni a qualche fallo di troppo, ma Paletta ha comunque trovato il modo di fare casino anche da sé. In generale Prandelli, nonostante quello che si dice di lui (a volte sembra più un buon padre che un allenatore), si dimostra ancora una volta migliore come tattico che come selezionatore: se il suo 4-5-1 si è dimostrato validissimo, la scelta degli uomini ha lasciato perplessi non solo per quel Chiellini a sinistra, ma anche a questo punto per l’evidenza che Candreva e Marchisio faticano come bestie e necessitano di cambi all’altezza; se per il primo c’è pronto Cerci, il secondo – già forzato come esterno sinistro – non può venir sostituito senza traumi da Parolo. D’altronde in rosa ci sono pochissimi esterni: il che fa credere che Prandelli, al momento di diramare le convocazioni, tutto avesse in testa tranne questo 4-5-1 con “imbutino” centrale.

Ma la partita su cui mi voglio dilungare, da vecchio tifoso della Celeste, è Uruguay-Costarica. Qui, tatticamente, c’è poco da dire: l’Uruguay di Tabarez edizione 2014 ha gli stessi difetti, avendo largamente gli stessi uomini, di quello 2010. La differenza fra i due Mondiali, ma anche fra questo mondiale e la Coppa America 2011, è Diego Forlán. Diego Forlán, preso nell’insieme della sua ormai lunghissima carriera, non è un grande giocatore: ha avuto troppe pause e ha sprecato troppe occasioni, oltre ad aver rinunciato troppo presto al calcio europeo di alto livello. Episodicamente, però, è un grandissimo: tecnicamente e caratterialmente non gli manca nulla, d’altronde. In Nazionale, da un certo punto in poi, l’episodio è diventato la norma. Per qualche anno, e per un intero mondiale, i brutali mestieranti uruguaiani hanno avuto la certezza di giocare nella stessa squadra di un fenomeno assoluto. E la cosa, come dire, è piacevole: dà fiducia, e fa sì che anche quei caratteristi del pallone (avete presenti le facce e i piedi di Lugano, di Arevalo Rios, dei due Pereira? gente che è stata a tanto così da una finale mondiale) si sentano dei primattori, totalmente a proprio agio su palcoscenici che, diciamolo, non sarebbero i loro. Non c’era neanche bisogno che la palla passasse per il fuoriclasse biondo, certe volte, perché la sua influenza si spandesse sulle azioni dei compagni.

Il Forlán calciatore professionista ha imboccato il tramonto da un po’; il Forlan celeste, tuttavia, sembrava infinito. Dopo la vittoria della Coppa America 2011 l’Uruguay è partito in tromba anche nelle qualificazioni: poi, di colpo, si è fermato, ha tossicchiato, ha agguantato con difficoltà il quinto posto nel girone e lo spareggio (con la Giordania: poteva andare peggio) che gli ha regalato un posto in Brasile. Cos’era successo? Niente, era finito Forlán. Però erano solo qualificazioni, in fondo, e sussisteva la speranza – non espressa – che al Mondiale tutto sarebbe tornato a posto. Questo era, in un certo senso, l’accordo tacito; e invece ieri è sembrato evidente che il tempo non torna indietro per nessuno.

Diego Forlan

Peggio ancora: sul 2-1 per il Costarica, Tabarez ha richiamato in panchina Forlán, ammettendo di fatto che l’incantesimo era finito. Da lì in poi i mediocri sono tornati mediocri, come in una fiaba piena di topini scoloriti (proprio dove prima c’erano meravigliosi destrieri celesti), perdendo la partita a mezz’ora dalla fine. Adesso il Mago Tabarez ha un’ultima chance: creare un altro incantesimo, usando le rare e preziose virtù di un altro fenomeno, cioè Luis Suarez. Se riesce, bene; sennò restano all’Uruguay due partite feroci, da giocare con i vari Caceres, Rodriguez, Stuani, Muslera, Lodeiro e con tutti gli altri topini.

Dispiace tuttavia, e non è chiaro d’altronde perché mai succeda, che in queste magie non riesca ad avere un ruolo Edinson Cavani; forse perché quest’ultimo è un esempio magistrale di dove si arriva con la forza, il lavoro, l’applicazione intelligente e tenace. E non con la comoda predestinazione.

Mentre scrivo Svizzera e Ecuador sono sull’1-1*; non è ancora chiaro, perciò, chi farà verosimilmente compagnia alla Francia (che ha perfino la fortuna, pare, di uno stadio dal clima fresco contro l’Honduras). Per la Bosnia che stanotte esordisce contro l’Argentina, invece, ho più speranze che aspettative. Confido che i Draghi, in ogni caso, non si facciano smontare né dai colpi di un avversario superiore né dalle conseguenze sul morale di un risultato eventualmente negativo. Dall’Argentina invece ci si aspetta poco, in un certo senso; ma domani saremo tutti lì a giudicarne le prestazioni (e di un argentino in particolare).

*Anzi, ha appena segnato e vinto la Svizzera; ma questo Ecuador sembra vivo e adatto al clima. Chissà, chissà, forse non è ancora morto.

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