Diario di bordo mondiale, ep. 3

Un puntualissimo Tamas ci racconta le vicende del primo turno, dopo che hanno giocato praticamente tutte le squadre almeno una partita. Potete trovare i primi due episodi della saga qua e qua. Buona lettura!

Ci eravamo lasciati alle partite di domenica, finite poi tutte secondo pronostico. Fra lunedì e ieri è terminato il primo turno. Vogliamo farne un’analisi? E facciamola, via; in fondo è per questo che non ci pagano.

Metterei comunque un’avvertenza: “analisi del primo turno” significa, nei fatti, analisi di una partita per squadra, con tutto ciò che questo comporta in termini di completezza dei dati a disposizione (in fondo questo è calcio, per fortuna: e nel calcio capita di perdere una partita così, per sfortuna, per distrazione, per i famosi episodi, ma comunque senza una motivazione effettivamente statistica).

Però un filo rosso, d’altronde comprensibilissimo, è individuabile: e si tratta, a mio parere, di una diffusa paura. In primis la paura di perdere, con quel che potrebbe voler dire in un gironcino di tre partite, ma poi anche la paura di fare brutte figure, un timore – questo – particolarmente evidente nelle Nazionali attese a grandi prove. Infine c’è la paura dell’ignoto, di quel clima brasiliano umido e fiaccante che rischia di spezzare le gambe a tutti. Sicché appaiono agli spettatori e a noi telespettatori formazioni bloccatissime e moduli decisamente difensivi.

Gli esempi più evidenti e sorprendenti di ciò sono state la nazionale argentina, che ha giocato per un tempo come se Messi e Aguero fossero Giorgio Corona e Insanguine e il match con la Bosnia fosse un Puteolana-Akragas di bassa classifica in C2; e il Belgio, che ha schierato un 4-5-1 di una staticità sorprendente, con il povero Lukaku sempre costretto a prendere palla a centrocampo e spalle alla porta (tanto che è parso animato dalla freschezza e dalla cattiveria agonistica di Morgan Freeman in Invictus). Con la differenza che almeno l’Argentina stava gestendo, in teoria, un vantaggio ottenuto in maniera fortunosa alla prima azione della partita. Alla fine, comunque, sia belgi che argentini hanno vinto il proprio incontro; vale di più, mi sembra, la vittoria argentina, un po’ perché la Bosnia è la seconda forza del girone, molto per quel gol di Messi che potrebbe preludere ad altri interessanti sviluppi.

Belgio

Chi ha avuto moltissima paura è stata la Russia di Capello. In parte a ragione, perché la Corea del Sud, se corre un po’ meno del solito, corre e palleggia molto meglio, e arriva con molta intelligenza e in modo lineare fino all’area avversaria; poi non sa molto bene che fare, è vero, però è altrettanto vero che quando al portiere avversario capitano serate come quella di Akinfeev ieri, c’è poco bisogno di scervellarsi. Concesso questo, tuttavia, resta che la formazione di ieri della Russia aveva non solo il risultato di abbandonare alla solitudine Kokorin, non molto credibile come unica punta a trenta metri dal proprio centrocampo, ma più in generale privava la Russia di una qualsiasi idea di gioco. Quando poi si rinuncia a tre dei propri migliori giocatori (Denisov, Dzagoev, Keržakov) in attesa del momento giusto per inserirli, e quel momento arriva solo a venti minuti dalla fine e dopo il gol coreano, il sospetto di un’ingiustificata prevalenza del tatticismo sulla normale tattica, come dire, si addensa. Alla fine, in ogni caso, poteva andar peggio anche ai russi.

fabio capello

Chi invece non ha avuto paura di nulla è la Germania. Va detto che non ne ha avuto motivo, visto che al Portogallo è andato male tutto quello che poteva andar male: vedremo, per entrambe le squadre, cosa succederà quando la sorte girerà. Fermo restando che la Germania è molto meglio attrezzata a resistere a qualsiasi sorte (ma non è una novità neanche questa).

Infine, menzione d’onore per chi di paura non ne ha avuta: gli Stati Uniti, che non hanno moltissimo da offrire ma che ci hanno messo tutto, anche dopo il pareggio ghanese, normale e atteso per via della superiorità degli africani, che però i figli di una nazione puritana non hanno letto come una condanna alla sconfitta; e soprattutto l’Iran, davvero un esempio di applicazione, di disciplina, e una nuova prova della capacità professionale di Queiroz (non è che Sir Alex Ferguson prenda i propri vice al bar, ecco). Peccato solo, per gli iraniani, che la squadra sia tecnicamente quel che è, nonostante una discreta spina dorsale – due buoni centrali, due discreti centrocampisti in mezzo, una punta promettente – e che i persiani stessi si siano accorti tardi della pochezza dei nigeriani.

Ecco, ghanesi e nigeriani avrebbero potuto e dovuto fare meglio. Ma, anche qui, si tratta di una delusione ricorrente.

L’ultimissimo punto è da dedicare all’unica grande favorita che ha giocato due partite: quel Brasile che era uscito sottotono dalla vittoria con la Croazia e che certo non ha guadagnato estimatori dopo il pareggio con il Messico. Benché, paradossalmente, abbia giocato meglio; più, in verità, per una maggiore continuità di alcuni singoli che per il passaggio al centrocampo a quattro, che non ha impaurito né i messicani né gli osservatori esterni. A questo punto ai brasiliani conviene gufare la Spagna, che sarebbe un brutto cliente agli ottavi, e affidarsi alle impressionanti prestazioni di Neymar e a una difesa comunque notevole. In un torneo giocato in casa e fatto di pochi scontri diretti potrebbe in fondo bastare; certo i margini sono ridotti.

E stasera vedremo se gli sforzi apotropaici dei brasiliani riusciranno nel loro scopo. Io qualcosa ho già scritto; e non aggiungo nulla, se non altro per non iscrivermi ai menagrami.

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