Diario di bordo mondiale, ep. 4 – Epitaffio

Tamas è tornato a commentare il mondiale. Lo fa per commentare la nazionale italiana, uscita rovinosamente nel modo che sappiamo. Si analizza la gestione degli uomini di Prandelli, e il suo rapporto con gli altri 55 milioni di commissari tecnici che lavorano in Italia. Potete trovare i primi tre episodi del diario qua, qua e qua.

Prandelli

Questo diario avrei preferito scriverlo un po’ più avanti. Aspettative equilibrate e razionali, credo, erano quelle di un’eliminazione ai quarti; visto che le squadre che il tabellone ci avrebbe riservato agli ottavi – quelle del gruppo della Colombia – erano tutte ampiamente alla nostra portata. D’altra parte, un ottimista poteva considerare che, sulla partita secca, sia il Brasile che avremmo trovato ai quarti (in teoria) passando da primi, sia – forse – la Spagna che si prefigurava qualora fossimo arrivati secondi, beh, si trattava comunque di avversarie battibili; e i sorprendenti sviluppi del gruppo dei campioni del mondo avevano dato qualche ragione in più agli ottimisti, facendo balenare l’ipotesi di un non impossibile quarto Olanda-Italia. E poi chissà, in fondo dopo i quarti ci sono solo due partite…

Invece siamo qui a commentare una nuova, dolorosa, uscita ai gironi. Negli ultimi due mondiali abbiamo giocato sei partite; ne abbiamo vinta una, con l’Inghilterra, pareggiate due e perse ben tre, contro Slovacchia, Costarica e Uruguay.

Questo significa a mio parere due cose: che esiste un problema più ampio del calcio italiano, relativo alla sua organizzazione, alla gestione dei vivai e dei talenti, ai campionati, ecc.; e che tuttavia le generiche (e meno generiche: sicuramente è visibile un assottigliarsi del numero di giocatori italiani di livello, nell’ultimo decennio) responsabilità del “Sistema” non spiegano le sconfitte, ormai ripetute e dunque difficilmente casuali, contro squadre inferiori in tutto e per tutto.

Certamente l’Italia di Lippi e della sua testardaggine, aggrappata alla certezza che contro tutte le aspettative e le evidenze i fedelissimi l’avrebbero trascinata avanti, è molto diversa dall’Italia di Prandelli. Questa è stata caratterizzata, al contrario, da una assoluta incoerenza e nebulosità nel progetto tecnico, con la squadra cambiata mille volte e con giocatori messi in campo più in base a suggestioni momentanee che all’idea di costruire, anche in barba all’opinione pubblica e ai suoi inevitabili innamoramenti, un qualcosa di duraturo.

In questo senso i nostri media e tutti noi appassionati di pallone abbiamo le nostre responsabilità: dopo il disastro del 2010, che era all’epoca inedito e traumatico (adesso ne abbiamo due), abbiamo tutti avuto la tentazione di lasciar lavorare il nuovo venuto, che d’altronde aveva fatto bene con la Fiorentina, anche a costo di far passare senza un “a” stranezze evidenti come il codice etico e altri atteggiamenti di eccessiva ricerca del consenso che non sono probabilmente compatibili con la volontà sbandierata di riformare un sistema calcistico e un modo di intendere la nazionale.

Eppure, prima o poi, le critiche dovevano tornare fuori; lo scetticismo intorno alla Nazionale, che è, da quando ho memoria, lo stato normale di questo paese, doveva risaltare alla luce. Ho l’impressione che Prandelli sia stato sorpreso da questo scetticismo, già abbastanza evidente dopo le convocazioni, e soprattutto dalle critiche che gli sono piovute addosso dopo la sconfitta contro il Costarica; non vedo altrimenti come spiegare la reazione di puro panico che ha praticamente paralizzato il commissario tecnico dopo il gol subito dal Costarica, e che ha causato una serie di cambiamenti tecnico-tattici, e di sostituzioni, francamente illogici.

In fondo, molto in fondo, l’idea di giocare contro il Costarica con Motta al posto di Verratti, e in sostanza di aspettare sulla nostra trequarti i centroamericani per infilzarli con qualche verticalizzazione rapida, aveva una sua logica (e in effetti, con quella palla gol servita da Pirlo a Balotelli, per poco non riusciva); benché, certo, non metteva in conto che a forza di tenere gli avversari vicini alla nostra area, e con la difesa che ci ritroviamo, che poi ci facciano gol non è certo impossibile né inatteso. Ma dal secondo tempo di quella partita, e quindi per metà esatta del nostro mondiale, la logica è scomparsa. Gli inserimenti di Cassano, Insigne e Cerci, buttati a casaccio, più che creare occasioni hanno semmai privato la squadra della possibilità di plasmare un gioco (sia causando l’arretramento di Pirlo, sia impedendo l’ingresso di Verratti a riequilibrare un minimo l’undici).

Mario Balotelli

Nel 3-5-2 di ieri c’era invece, mi si può contestare, un senso tattico evidente. Vero; ma è vero anche che in questo caso il tallone di Achille erano le possibili sostituzioni. Il parco attaccanti, scelto in maniera irrazionale, non presentava cambi possibili alla coppia Balotelli-Immobile, se non a costo di rivoluzionare lo schieramento; né era possibile, in una partita in cui era vitale tenere la palla lontana dalla difesa o far salire la squadra, inserire un centravanti di sponda e di fisico, che non è stato convocato.

I cambi di ieri, seppure parzialmente obbligati, sono comunque troppo dolorosi da commentare, Né mi va di infierire, ormai senza possibilità che si tratti di una critica costruttiva, sugli errori dell’allenatore. Certo quel Cassano solitario riferimento offensivo di un 4-4-1 è un’immagine tristemente simbolica ed efficace.

Adesso, se non altro, si ripartirà da zero, con le dimissioni di Abete (soprattutto) e Prandelli; l’importante è che si riparta davvero da zero, tuttavia. Questo sarebbe l’unico lato positivo di una disfatta con pochi precedenti nella storia calcistica italiana.

Infine, una piccola nota: il Brasile di quest’anno, favoritissimo per forza di cose, è veramente una squadra piena di difetti e battibilissima. Tuttavia, tuttavia: le mancano ormai solo quattro partite, e le eliminazioni inattese di Spagna e Italia cancellano fin d’ora rivali che sarebbero state scomode. Ecco, ricordiamo questo: che giocare male e restare in corsa non è la stessa cosa che avere difficoltà e uscire. E che da un certo punto in avanti, di solito, le sorprese tendono a sparire.

Sarà allora che ci dispiacerà molto non esserci trovati, come avremmo potuto col minimo sforzo, in un tabellone tutto sommato amichevole.

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