Figli delle stelle

Avete conosciuto Lobanowski2 e i suoi racconti ‘oltre la categoria’ che raccontano un calcio romantico e nostalgico. Quelle storie guardano sicuramente al passato, in una dimensione spaziale e temporale che è stata di tutti. In realtà Lobanowski2 cura un blog, che si chiama ‘Meglio il Foggia’ in cui racconta le sue esperienze in trasferta per tutti i campi della seconda divisione; storie ben ancorate alla realtà ed al presente di chi segue il calcio à la vecchia maniera. Per chi non le ha vissute quelle storie sembrano ambientate su Marte dato che raccontano storie che sono lontane anni luce da chi è abituato a seguire la propria squadra del cuore su Sky.
Ecco allora che la partita infrasettimanale, un derby un tempo era molto sentito, diventa così il pretesto per riflettere su quello che il calcio è diventato in periferia, lontano dai riflettori. La nostalgia pervade il resoconto di Lobanowski2, ed è chiaro che un derby giocato in un clima da veglia funebre non possa lasciare indifferente chi ama il calcio.


lecce - foggia

La casa cantoniera è una grigia sagoma a forma di casolare che si staglia sulla più cupa delle notti stellate. Nell’abitacolo fa caldo da annebbiare i finestrini. Forse perché siamo in dieci. Forse perché il motore è acceso. Ma il furgone non parte. La frizione è andata. O forse la trasmissione. O chissà cos’altro. Così, all’improvviso. Come i meteoriti. Dio, perché ci hai abbandonato! Le due e mezza. E dalla piazzola fissiamo la cascina in lontananza. Riflessioni intime, complesse. In momenti come questi, tutto si srotola chiaramente sul proscenio delle nostre coscienze: la vita è un limbo tra un fusibile che salta e un alternatore che ci molla. Le trattative al telefono sono un nastro che gira all’indietro. Occhi stanchi, voci esasperate. Dov’è Dio? Dov’era a Palma Campania? I mezzi di soccorso stanno per partire. Da Torremaggiore a questo sprofondo, ci metteranno almeno un’ora. “Sembra affidabile”, aveva detto qualcuno a Brindisi. Parlando del nove posti e attirandosi addosso lo sguardo maligno della divinità. E l’Affidabile ci ha scaricati all’ultima pipì. Poco prima dello svincolo per Trinitapoli. Usciamo a fumare e l’escursione termica è glaciale. Sulla lurida piazzola di sosta, è perpendicolarmente caduto l’inverno. L’intera gamma dei supereroi. L’uomo torcia, l’uomo maxipizza, lo skinhead. Il pazzo dorme il sonno del giusto. E, placido, sogna deflagrazioni. Le tre di notte. E attendiamo l’aiuto da un cielo avido.

Eppure, stamattina era quasi primavera. La statale per San Severo appariva soleggiata. Le prostitute appesantite. Una sola spia gialla sussurrava d’un marginale problema al led del freno. Al distributore di benzina, all’ottimistico appuntamento delle cinque, un altro furgone recava la nostra medesima dicitura pubblicitaria sulla fiancata. Ci sono anche tre macchine. Un bel numero, rincuorante, per affrontare l’incognita. Lecce, sedici anni dopo l’ultima volta. Eravamo gemellati, un tempo. Ma un tempo, eravamo gemellati con svariati soggetti. Poi i rapporti si sono incrinati. Ma è sapienza di pochi. Non è strano, per chi come noi ha vissuto distante per così tante stagioni. Loro sono stati nuovamente falcidiati dalle diffide dopo la finale play-off persa col Carpi. La Nord del “Via del Mare” sconta oggi l’ultimo turno di squalifica. Una ventina di Peroni saranno appena sufficienti a calare sul Salento. C’è chi sostiene che si potrebbero investire in alcolici anche i soldi messi da parte per il biglietto. L’ipotesi di assistere alla partita è remota quanto l’improvviso benessere ad Haiti. Ma siamo in ritardo di buoni venti minuti sulla già ritardataria tabella di marcia. Quindi, ci accodiamo senza ulteriori discussioni, e i pensieri si vaporizzano. Le tensioni sono il frutto avariato dell’attesa. E le difficoltà si superano marciando. O viaggiando, come in questo caso. La SS16 è uno scenario familiare. Fino a Cerignola e a San Ferdinando, scivola liscia tra poderi diroccati, campi a perdita d’occhio e radi capannoni. Oltre Ofanto, s’incunea trafficata tra paesi in espansione, insegne e stabilimenti industriali. Le comunicazioni tra i mezzi della piccola carovana sono ridotte all’osso. È giorno pieno e ci teniamo d’occhio. Come i bambini il vicino di posto durante le gite scolastiche. Tra di noi, ipotizziamo una sosta dopo Monopoli, ma l’età è quella che è, e la birra gonfia gli stomaci e le vesciche. A Bari pisciano tutti. La sera ci coglie impreparati. Brindisi sembra sempre più vicina di quanto realmente sia. Nell’abitacolo si insinuano Gianni Bella e Miguel Bosè. Questo amore non si tocca! Le litanie e i cori reiterati si fanno più radi allo svanire del giorno. I vampiri sono all’erta. Un’area di servizio a quaranta chilometri dalla meta. Sono le 19:35. Ci guardiamo soddisfatti. Non è da noi essere in perfetto orario. Ci concediamo un giro di Molinari e Borghetti. Questo corpulento barista ha dei prezzi da night club. Ma, dinanzi alle nostre timide lamentele ultras, risponde che è lì dalle quattro del mattino. Noi ci intristiamo, manco fosse colpa nostra. Siamo dei mostri a non volergli dare cinquemila lire per una sambuca. L’aria è pungente e – finalmente! – rende necessari i giubbini. Cappucci, scaldacollo, felpe. Quegli attesi orpelli che rendono un brutto ricordo i torsi nudi di Teramo. Nell’oscurità, un bel gruppetto, non c’è che dire. Sta andando tutto liscio. Un mezzo dietro l’altro per l’ultimo tratto. Occhi aperti e cuore allegro. In radio passa del fruscio sottomesso alle chiacchiere. Trentacinque chilometri, trenta, ventinove, squillo al cellulare. Ha bucato. Una macchina ha bucato la posteriore sinistra. È ferma un chilometro indietro. Una disdetta. Un sortilegio. Ci fermiamo anche noi. Abbiamo le facce degli stoici. Di quelli che sanno che la sorte avversa non si può combattere, solo aggirare. In piedi sul parapetto della statale, illuminati dall’arancione intermittente delle quattro frecce, intoniamo cori alle stelle: Grande Carro alè, Carro alè, Carro alè, Carro alè!

Tangenziale Est. Siamo in ritardo di un quarto d’ora. Roba di lusso, per i nostri ritmi. L’auto dalla gomma bucata sfoggia un timido ruotino sgonfio. È al centro del plotone. Il raccordo con lo stadio è lungo e deserto. Le luci del “Via del Mare” sono ormai visibili sulla destra. Il cartello che indica “Tifoseria ospite” è involontariamente ironico. Ha la stessa valenza archeologica dell’indicazione per i templi di Agrigento. In un futuro prossimo, le Pro Loco organizzeranno torpedoni per andare a visitare i settori, e una guida autorizzata dal Comune parlerà agli arzilli turisti dell’epoca in cui tanta gente si spostava per seguire la propria squadra. Di quando altri torpedoni inondavano le vie di comunicazione. Indicheranno i gradoni. I turisti scatteranno foto. Entriamo nel parcheggio. Deserto e buio. Peggio della repressione, c’è l’indifferenza. I varchi per il settore sono qui di fronte. Ma non c’è nessuno a darci il benvenuto. O a dirci che dobbiamo sloggiare in tutta fretta. L’adrenalina diventa uno straccio per asciugarci uno sconfortato sudore. Bussiamo ad una camionetta. Non abbiamo scelta, se non vogliamo rimanere nel piazzale fino alle prime luci dell’alba. Il poliziotto anziano ha le gambe distese e gli scarponi sul cruscotto e lo sguardo assopito. Uno sguardo da turno d’ottobre della Coppa Italia di Lega Pro. Si volta placido, come se dovesse dare un’informazione stradale. Ci vede. Si scuote. E bestemmia. Non si può mai stare tranquilli. Scendono. Diciamo quel che diciamo sempre, che al netto dell’ideologia da trasferta senza tessera, è la più schietta delle verità: “Dobbiamo fare il biglietto”. La partita è iniziata da 25 minuti. Il Foggia, incredibile a dirsi, perde già uno a zero. Giro di telefonate. “Come mai questo ritardo?”, “Abbiamo bucato”, “Quanti siete?”, “Trenta”. Nessun problema. Cinque euro a testa e via. Il whiskey può attendere. Mentre Haiti comincia a sperare. Varcare un cancello non è mai stato tanto eccitante come in questo periodo. Ci raduniamo ai piedi della scalinata interna. Entriamo tutti assieme, compatti, in linea. Senza tessera, ovunque ti seguirem, ovunque ti sosterrem, senza tessera. Nel deserto, l’urlo di trenta persone può diventare un tuono. Qualche fischio dalla gradinata, ma tutto sommato l’impressione è quella di essere andati a disturbare una veglia. Le curve vuote, qualche centinaio di spettatori in tutto. Seduti. A guardare il rettangolo. Lo guardo anch’io. Mi emoziono a pensare alla prima volta che lo vidi, in notturna. 1992. Ventuno anni fa. Ci posizioniamo. Noi del Foggia. Noi del Foggia. Noi del Foggia. Siam gli Ultrà.

Non parliamo di calcio. Perché quelli lì, in maglia bianca, col pallone proprio non ci dialogano. Anzi, sembra vi sia un astio esplicito. Quando Zizzari fallisce a porta vuota, lo sconcerto lascia il posto all’ilarità. Si urla a squarciagola in uno stadio vuoto. Non è mai una bella impressione. Ma noi siamo su di giri. Volevamo esserci, e ci siamo. Non possiamo non dedicarci Storia d’amore. Da prendere sul serio come ogni pezzo di Celentano. Tirati in volto e determinati, votiamo per alzata di mano la versione di Che bello è che più ci aggrada. Vince l’immancabile Vesuvio. Berlusconi vota la fiducia. Curva Democratica conquista una vittoria storica. Io trovo un euro. Lo intasco con gusto, immaginando d’averlo sottratto ad un tesserato. Ma se così non fosse, se qualche non tesserato ricorda di aver perso un euro nel settore ospiti di Lecce, può contattarmi in privato. Glielo farò recapitare. Il resto, è silenzio. Il Foggia non ha vinto, stranamente. Ma epicamente viene sotto la curva. Cessi! Cessi! Cessi!, vorremmo gridargli, come zii in tribuna. Siamo sempre con voi è quel che diciamo davvero. Ma la cessaggine è fuori discussione, nascosta tra le righe del sostegno. Poi il rettangolo di gioco si spoglia. E solo a quel punto, dinanzi al niente, possiamo urlare con tutto il fiato residuo che abbiamo in corpo, che in campo c’è solo il Foggia.

PS: Tuturano

PPS: “Non entrano più le marce, uagliù”, “Meh, che veramè!”, “Si, giuro”.

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One thought on “Figli delle stelle

  1. …VERAMENTE BELLO . PS se non + gemellati ma grande RISPETTO !

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