Il “Clasico de Montevideo”

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Hoy vas a ver algo increible” mi dice Martìn.

Io e Martin ci conosciamo da pochi giorni. Da quando sono venuto qui a Montevideo per un periodo. A fare cosa non lo so. Mi hanno invitato a stare qui e non ci ho pensato due volte. Vacanza, chiamiamola così.

“Oggi vedrai qualcosa di incredibile”.

“Cosa Martìn? Cosa Vedrò?”.

“Oggi vedrai Montevideo. Vedrai il Penarol”.

“Martìn, io ci sono abituato agli stadi. Ci vivo dentro agli stadi”.

“Appunto”. Martìn fa una smorfia che sta fra “Ok, come vuoi” e “Si si, ne riparliamo”.

Ci troviamo a qualche chilometro dal centro della capitale dell’Uruguay, dove amici comuni stanno passando la giornata del sabato in riva al mare. Birra d’ordinanza, carne a chili, bandiere del Penarol pronte. Partecipo. Partecipo fin troppo.

Ho chiesto di andare con loro, c’è il derby con il Nacional, stasera. Hanno detto che va bene. Ora però comincio a sentire quel formicolio fastidioso allo stomaco e un po’ di agitazione.

Il posto dove ci troviamo non è una spiaggia né un paesino. Lo chiamano “balneario”. Una sorta di campeggio dove la gente passa i fine settimana.

Dove finisce la spiaggia ci sono gli alberi e dove finiscono gli alberi c’è la strada. Una statale un po’ sconnessa che unisce le periferie al centro della città.

Si sta facendo pomeriggio inoltrato quando le risate si spengono, i volti si fanno tesi e le parole diminuiscono. Conosco questa sensazione. L’ho vissuta in Italia, in qualche bar inglese. Insomma, so che è il momento di tacere e fare quello che mi dicono.

“Andiamo” mi dice Martìn. Senza aggiungere altro. Mi dà una bandiera. Mi dice solo di stargli vicino.

Risaliamo verso la strada e mi chiedo come raggiungeremo lo stadio. Siamo una quindicina per ora. Siamo arrivati qui in bus, ma non credo che nessun bus ci farebbe salire adesso, per tornare indietro.

Arrivati alla strada, eccolo lì, l’incredibile di cui parlava Martìn.

La strada è piena di gente. Non c’è un’auto. Non c’è un bus. Ma non è un corteo.

La gente è lì, ferma, tutto è giallo e nero. Tutto. Intorno solo alberi.

Qualche signore attempato, passa sporadicamente con moglie e figli nella sua utilitaria, tentando inutilmente di schivare alcuni tifosi. Lo fermano e salgono in macchina.

Roban?” dico a Martìn. Stanno rubando la macchina?

“No. Qui si fa così. Nessuno ha macchine o altri mezzi. Qui fermiamo chi passa e ci facciamo portare in centro. A volte stiamo in 10 in una macchina”. Mi spiega.

Dopo un po’ li vedo arrivare. Dal lato delle periferie. Giganti, pieni da scoppiare.

Sono “los carros”. Furgoni aperti che probabilmente risalgono alla metà del ‘900. Non so come facciano ad andare avanti. Avranno fatto milioni di chilometri. E sono carichi al massimo. Carichi all’inverosimile di tifosi.

“Tieniti pronto, che dobbiamo salire”, mi dice Martìn. Gli altri ragazzi con cui ho passato la giornata mi guardano e sorridono. Non c’è scherno in quegli sguardi. C’è rispetto e volontà di farmi divertire. Soprattutto vogliono farmi vedere e capire cos’è il Penarol.

“Tieniti pronto, salta quando te lo dico io e attaccati a quelli che ti sporgono una mano”.

Sono un po’ preoccupato, ma in questi momenti la passione è troppa. Tutto questo è unico e non so se avrò la fortuna di riviverlo.

Penso a questi carri e vedo un carnevale. Vedo il carnevale più bello del mondo, partecipano tutti.

Riusciamo a salire su un carro mentre altra gente aspetta. “I prossimi saranno più vuoti, ma arriveremmo tardi”.

“No no, voglio arrivare in tempo” rispondo. A questo punto nulla mi interessa più che conoscere quello che mi capiterà d’ora in poi.

Sul carro l’odore è quello d’erba, arrotolata in cartine improvvisate e fumata anche dai più giovani.

Bevo birra da qualche bottiglia che mi capita in mano. E’ calda e dà alla testa. Non importa, anzi, forse è meglio.

Il percorso è accidentato, pieno di gente, di altri carri, pieno di tutto.

“Loro (quelli del Nacional) non sono come noi, non ne hanno bisogno. Loro da queste parti non ci vengono. Però vedrai quanti saremo noi. Saremo 50.000”. Mi dice German, un altro ragazzo che sta passando la giornata con noi.

In effetti di “loro” non se ne vedono ma io lo so che noi non saremo 50.000. Lo so che lo stadio sarà diviso a metà.

Passano i chilometri e la gente aumenta. Finalmente arriviamo in un prato enorme pieno di gente. Il carro ci scarica lì e scendiamo tutti. La tensione sembra essere quasi minore rispetto a prima, forse però sono io che sto entrando nell’atmosfera e avvicinandomi allo stadio mi sto scaldando al punto giusto.

penarolFoto1Ora si che il corteo si forma e mi fa impressione. Ci infiliamo dentro e io non ho idea di dove sono. Stiamo camminando da un po’ e Martin mi spiega che siamo già dentro il Parque Mendez dove sorge il leggendario Stadio Centenario. Stiamo solo girando a vuoto, tanto per vedere quanta gente c’è. Un corteo di migliaia di persone che si muove così, a vuoto. Incredibile. Il fiume di gente si ingrossa e arriviamo all’ingresso dello stadio.

Come sempre mi capita in questi momenti, sono sopraffatto dall’emozione e sento i brividi lungo le braccia. Vedo i volti trasformati delle persone che mi circondano, dei bambini, degli anziani. La festa non si potrà più fermare, qualunque cosa succeda.

Martin e German ormai sono in un’altra dimensione, mi sembra quasi di disturbarli.

Lo stadio dentro è una bolgia indescrivibile, ma questo lo sapete già e non è di questo che volevo raccontare.

Estadio Centenario MontevideoLa partita non mi interessa quasi e il Penarol perde.

Io però ho vinto. Ho vinto un giorno che non dimenticherò mai. Ho visto una città in una versione che difficilmente rivedrò.

Non lo so come vivano il “clasico” quelli del Nacional, ma credo che sia difficile che sia più divertente, avventuroso e autentico di come l’ho vissuto io.penarol centenario hinchada

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