Il suono dell’asfalto

 Di seguito la seconda puntata della nuova rubrica legata alle storie e agli intrecci che spesso ci regalano il monde del calcio del calcio. Si chiama ‘oltre la categoria’ perché sono storie che avvengono lontano dai riflettori, ma che descrivono alla perfezione la quotidianità di chiunque segua il calcio da vicino. Lo sfondo potrebbe essere il Bernabeu, piuttosto che lo Zecchini di Grosseto. In realtà sono storie ispirate dallo Zeccheria di Foggia; a raccontarcele è il nostro amico Lobanowski2. Lo potete seguire sul suo blog, che accompagna il suo ultimo libro ‘E non vorrei ma lo sai’ di cui vi consiglio, ovviamente, la lettura. Per chi si fosse perso la prima, potete recuperarla a questo link.


Calcio da strada

Ieri pioveva. Una pioggia sottile ed intensa, petulante. Ero senza ombrello. Sceso di casa poco prima che si scatenasse la furia degli elementi e il traffico decidesse, coscientemente, di impazzire. Ben prima che Foggia divenisse quel fenomeno della natura rinomato in tutto il mondo. La Venezia di buche luccicanti e di scoli silvani che noialtri conosciamo a menadito. Salvatore a San Ciro era fuori dal chiosco, col cappuccio in testa e i torcinelli sulla griglia. Non c’è pioggia che tenga. Il mio cappuccio già fradicio ha tagliato la bisettrice tra due macchine ferme all’incrocio, immobili in quel gioco di sguardi truci che di solito si fa in caso di sinistro mancato per un soffio. Quando ogni automobilista fissa il suo rivale convinto che dalla ferocia dell’occhiata, e non dal codice stradale, dipenda l’esito della questione. Come nella vita, non vince chi è più forte, vince chi è più cattivo. E se questo, a un non foggiano, può sembrare un’ingiusta riproposizione della legge della giungla, fa d’uopo sottolineare che ho visto coi miei occhi novantenni prossimi al commiato e pieni di acciacchi non indietreggiare di un passo dinanzi ad arroganti virgulti. Che manco i sovietici a Stalingrado. Foggia is a state of mind. La pioggia poi, inevitabilmente, aumenta la frequenza di questi episodi ma, ironia della sorte, scoraggia i curiosi da seguirne gli esiti, imbastire discussioni professorali, allestire il mercato nero delle scommesse. Le luci di Pantaleo sulla destra, come un bistrò nella Parigi della Belle epoque. Via Guido D’Orso come un boulevard saturo di clacson pressati compulsivamente. Per comunicare qualsiasi cosa. Il palazzetto illuminato. Un fugace pensiero ai mondi paralleli che mi circondano. I pallavolisti, i cestisti. Ma anche i pugili, gli schermitori, i pasticceri. Coi loro ritmi, le loro giornate cadenzate da abitudini completamente estranee alla mia vita, al mio mond…Trschhhhhhh. Oltre le sbarre del prefiltraggio dello “Zaccheria”, nel bel mezzo del mio cogitare assorto e bagnato, a sinistra del mio sguardo fisso e sognante sulle vetrate alte e accese della palestra. Trschhhhhh. E poi: bum, bum, bum. A scalare. Un pallone.

Un pallone che fa attrito sull’asfalto. Un pallone recuperato che rimbalza. Davanti allo stadio. Ma si, lo riconosco quel rumore! Mi sono voltato di scatto, ho guardato oltre la siepe leopardiana. Due bambini in tuta, sotto la pioggia battente, all’inseguimento di una specie di Tango bianco coi pentagoni neri. L’infinito. Istintivamente ho smesso di muovere i miei passi verso la meta di Corso Roma. Istintivamente ho sentito le gambe dirigersi verso la cancellata. E, sempre istintivamente, ho appoggiato la testa sulle sbarre, per seguire meglio l’evoluzione di quella meraviglia. Uno contro uno, tra le auto parcheggiate. Un dribbling e un tiro in porta. Che, alla fine della giostra, se li conti, i minuti che passi a rincorrere il pallone scagliato lontanissimo verso la porta immaginifica, sono più di 4/5 di sfida. Eppure, quei due ragazzini erano lì. Voglio dire, non a casa, vezzeggiati e coccolati dalla timorosa affettività delle madri del nuovo Millennio; non isolati davanti ad un monitor che li illude di connetterli col resto del mondo in un paio di click; non a sfidare Cristiano Ronaldo e Messi alla playstation e neppure chini sull’I-phone di ultima generazione. A non fare un cazzo. Erano davanti allo stadio, nel piazzale all’angolo tra la tribuna e la Sud, a tirare calci ad un pallone. Ho immaginato tutto. L’appuntamento a scuola. La scartatella dopo i compiti. Le adesioni convinte e quelle meno. Poi la pioggia. A sfigurare i propositi dei timidi. A dare un alibi agli svogliati. A demotivare i motivati di facciata. E così, ritrovarsi in due. Ma decidere di onorare il patto. Di sicuro tra i due v’era l’ideatore della partitella. O lo erano entrambi. E le voci delle mamme sulla porta e per le scale: “Dov’è che andate, sotto all’acqua?”, “No, ma, non piove più!”. Oppure davvero, sin da principio, era un appuntamento a singolar tenzone. Uno vs uno. Vinca il migliore. Ma non è manco quello il punto. Il pensiero che ha messo radici poco sotto la mia fronte spaziosa. Una gioia che si stempera nella malinconia.

Un incipit che funge da premessa: perché sono qui, di testa sulle sbarre, a guardare un pallone che scivola sull’asfalto lucido, a seguire le evoluzioni di un bambino che lo rincorre, mentre la pioggia filtra tra le pieghe scoperte del giubbino? Perché quel rumore mi ha catturato come il passaggio di un meteorite? Perché sono un ragazzino cresciuto, questo si. Ma a parte ciò? Cosa c’è di così strano, avvincente, innovativo? Noi stessi, da bambini, non facevamo altro che giocare a pallone. Ovunque capitasse, dalla stretta via di casa all’Orto, da Sant’Anna ai Mercati generali. Per ore e ore filate. Alla tedesca, a campo grande, sulla piattaforma, a portieri volanti. Un branco di marmocchi in perenne migrazione, da una zona all’altra della città, alla ricerca di rivali. O di privacy, come coppiette di fidanzati. A ruota di quello col Supersantos sottobraccio. O col pallone sguinzagliato, preso a calci calibrati da scarpette casuali fino all’arrivo. Fino alla saracinesca prescelta o allo slargo designato dai cartografi. Quella volta che superammo 7-4 i campioni in carica della Stazione, il torneo da adulti al Dopolavoro ferroviario, la finale per il terzo e quarto posto persa sotto un epico temporale e col pubblico attorno. E le sfide finite a notte fonda, quelle ricominciate al mattino del Primo gennaio, quelle terminate il giorno dopo, quelle che ufficialmente ancora non finiscono. Dal 1986. Il passato. È quello che mi cruccia. Coniugare i verbi al passato. Perché è lo stupore di un presente senza calci al pallone a farmi sembrare eroici questi due bambini. Un tempo sarebbero stati fanciulli normali, banali, tra i tanti. Ma oggi anche il semplice attrito di un pallone reale sull’asfalto reale mi sembra un evento da celebrare come una nomina papale. Come la vittoria dell’uomo sulla macchina. Come un tributo alla sopravvivenza. Come una speranza dell’umanità. Non è stato divertente per niente, a ben pensarci.36pallone

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