La mossa del tapiro

Antônio è un giovane brasiliano che vive a Macapá, capitale dello stato di Amapá, nel Brasile del nord. Passa il suo tempo cercando, con scarso successo, di diffondere le sue idee insolite presso la scuola dove insegna ginnastica, presso la radio dove ha un programma di attualità e soprattutto presso lo Zerão, lo stadio dove allena una delle squadre locali.

Stadio la cui particolarità è la linea di centrocampo, posta esattamente lungo l’equatore e nel quale Antonio passa il tempo cercando di convincere i suoi giocatori e l’allenatore in seconda dell’efficacia dei suoi schemi di gioco innovativi, mentre al contempo cerca di convincere sé stesso del fatto che la maledizione della semifinale non può essere una cosa vera.

Più avanti nel libro Antônio si perderà nella foresta amazzonica. A salvargli la vita sarà una tribù sconosciuta che pratica un antichissimo gioco della palla: accolto nel villaggio penserà di restarci per sempre, ma dopo molti anni una imprevedibile catena di eventi lo porterà a vivere un’avventura altrettanto sorprendente”.

La mossa del Tapiro può essere comprato su Amazon, ma anche su iTunes, in attesa della sua pubblicazione in forma cartacea. Al libro, inoltre, è collegato il blog  http://lamossadeltapiro.wordpress.com/, dove vengono pubblicate storie ambientate nello stesso universo.

La mossa del tapiro

Lo Stadio

Lasciata la scuola e dopo aver pranzato come ogni giovedì da sua madre, che non mancava mai di fornirgli anche un pacchetto di dolci “per la merenda”, Antônio percorreva in bicicletta il viale che separa i due parcheggi dello stadio Zerão, diretto verso la sessione di allenamento pomeridiana.

Dipinte per terra una linea gialla e una verde segnano la metà della carreggiata e soprattutto, come sanno tutti a Macapá, segnalano la presenza di quella linea potente e immaginaria che è l’equatore.

Un equatore che non si ferma davanti a niente: sorvola senza paura il Rio delle Amazzoni, corre veloce verso il continente, trafigge l’orribile monumento eretto in suo nome di fronte all’ingresso dello stadio, salta agilmente il vecchio muro di cinta il cui azzurro originale è ormai stato scrostato dalla pioggia, dal caldo e dalle decine di mani che hanno lasciato ogni tipo di scritta, divide in due gli spalti costruiti nel 1990 e da allora sempre poco frequentati e, cosa più importante, ringrazia chi ha progettato lo stadio facendo in modo che la linea di centrocampo corresse precisamente tra i due emisferi, facendo dello Zerão un posto unico al mondo.

Antônio aveva sempre preferito l’emisfero sud, si era sempre sentito più del sud, forse per il “Sud” in “Sud America”, la parte sud dello stadio era sempre stata quella che prediligeva, nonostante fosse la più assolata: era a sud che era stata messa la panchina della squadra di casa, ogni volta che giocava da quella parte sentiva che la sua squadra non stava solo difendendo un’area o una porta, era l’intero emisfero sud che ogni volta era in gioco, che veniva minacciato dai lanci avversari e messo in pericolo dalle punizioni del nord. E anche mentre pedalava calmo e perso nei suoi pensieri, d’istinto percorreva la strada rovinata da mille buche andando contromano nella corsia di sinistra, a sud, appunto.

La strada che portava allo stadio Zerão era la camera di decompressione della sua vita, la imboccava schivando lucertole e groppi di erbacce passando tra i muri sbiaditi gialli e arancioni del povero quartiere che circonda lo stadio, la percorreva ancora immerso nei suoi problemi a scuola, nelle sue bollette sempre troppo care, nelle donne sfuggenti che si stufavano sempre troppo presto di lui e dei suoi lunghi discorsi, in un mondo in cui il denaro valeva troppo e i rapporti umani non valevano più niente.

Ma poi la vista del muro azzurro dello stadio lo rasserenava, in quelle poche centinaia di metri che lo separavano dalla porta d’ingresso di ferro il suo quotidiano si purificava di ogni pensiero negativo e i valori ideali del calcio trovavano strada dentro di lui. Il momento in cui smontava sudato dalla bicicletta con le chiavi già in mano era il momento in cui la sua esistenza gli sembrava più completa: ecco Antônio, nientepopodimeno che l’allenatore del Macapá Futebol Clube, nella sua testa la squadra di calcio più importante del pianeta.

Perfino il rumore sinistro dei vecchi cardini arrugginiti era motivo di felicità, era lo stadio che lo accoglieva con la sua voce rauca e gli diceva “Ciao”. Al di là del muro il mondo cambiava, cambiavano i colori e cambiavano anche gli odori. L’odore così tipico di spogliatoio e di ormoni maschili in libera uscita si mescolava con quello del cuoio delle decine di palloni e con quello dell’erba, così rara nel quartiere, che spiccava pungente su tutto il resto. Antônio amava arrivare presto all’allenamento, amava fare un giro per gli spogliatoi dove spesso raccattava gli oggetti dimenticati dai ragazzi delle altre squadre, amava portare lentamente i palloni in campo – naturalmente nella parte sud – e contemplare dalla porta d’ingresso gli spalti, un unico blocco trapezoidale costruito a ovest del campo.

«Gli spalti vuoti hanno una loro energia» era forse la frase che Eduardo, il suo allenatore in seconda, aveva sentito pronunciare più spesso. Prima di ogni allenamento una scena si ripeteva sempre uguale a sé stessa: Eduardo entrava nello spogliatoio dove trovava Antônio indaffarato in qualche faccenda e chiedeva: «Sei già qui?»

«Mi piace arrivare presto,» rispondeva invariabilmente Antônio «gli spalti vuoti hanno una loro energia.»
«E quale energia?» gli rispondeva quando si sentiva in vena polemica Eduardo, forte dei suoi studi alla facoltà di fisica abbandonata anni prima, «Potenziale? Cinetica?»

Domanda alla quale Antônio reagiva spesso con una scrollata di spalle e qualche volta con l’ennesimo “pippone”, così Eduardo chiamava i lunghi monologhi di Antônio: «Non ti devi ancorare a un concetto così ristretto di energia come quello che insegnano tra i banchi di scuola. Quando ti innamori di una bella ragazza cosa senti dentro? Non è energia quella? E quando tutto gira per il verso giusto e la nostra squadra gioca bene, lo so non succede tanto spesso, ma qualche volta sì, cos’è che li spinge? Hai visto i loro occhi? Vuoi negare che sia energia quella? Tutto è energia! Tutto! E ti assicuro che gli spalti di questo stadio sperduto in cima alla nazione più assurda del mondo, questi spalti hanno una loro energia anche quando sono vuoti. E se la smettessi di avere quell’atteggiamento scientifico su tutti gli argomenti sono sicuro che riusciresti a percepirlo anche tu!»

A questo punto la scrollata di spalle di Eduardo era quasi obbligatoria, seguita quasi sempre da un sorriso, da una pacca sulla spalla e da un: «Come ti posso aiutare, Antônio?»

La mossa del tapiro è un romanzo collettivo, e i suoi autori possono essere seguiti in vari modi:

Miki Fossati: @mezzomondo https://www.facebook.com/miki.fossati oppure http://mezzomondo.wordpress.com/

Laura – Sphera: http://spherasfera.blogspot.it

Leonardo Poggi: http://friendfeed.com/leonaltro 

Per chi volesse acquistare l’ebook, di seguito i link:

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