La voce trema ancora ad Upton Park

Sono piuttosto sicuro che non era ancora passata la prima parte del primo tempo quando mi sono ritrovato a pensare, per la prima volta nella mia vita, che il modello inglese è pressochè inesistente. È stato mentre il Whu era ancora in balia dell’avversario che ho realizzato che tutte le discussioni sulle misure repressive all’interno degli stadi inglesi sono praticamente vuote. Di solito non ho una buona memoria, ma in questo caso sono abbastanza sicuro di quello che dico perché nella prima mezz’ora della partita il West Ham United non ha mai passato la metà campo difendendosi alla meno peggio dagli attacchi di un ottimo Everton venuto nella capitale a dare battaglia. In quella ventina di minuti, una serie di cose osservate in prima persona hanno cambiato completamente le mie prospettive sul modo di vivere lo stadio in Inghilterra.

Ma partiamo dall’inizio. Frequento la Sir Trevor Bookin Lower, che sarebbe la tribuna dietro la porta del Boleyen ground,  settore popolato per metà dai tifosi ospiti e per metà da hammers. In quel settore risiede quella piccola frazione di persone che canta per 90 minuti e non abbandona il proprio posto prima del fischio finale dell’arbitro. In quella tribuna sono stato parecchie volte: si sta in piedi per tutta la partita, il posto indicato dal biglietto fornisce una indicazione di sorta più che un ordine tassativo e soprattutto si canta. Certo, per un non madrelingua non è semplicissimo, ma comunque è possibile prendere parte soltanto ai cori più comprensibili senza incappare nello stigma sociale dei vicini per qualche secondo di silenzio. Funziona così, è tutto secondo copione per chi frequenta questi spalti.

Stavolta, con l’Everton, mi sono concesso una deviazione da questi schemi. Il turno infrasettimanale e l’orario notturno – a cui in Inghilterra non sono avvezzi – hanno fatto sì che il ‘mio’ settore non fosse tutto esaurito. Anche questa volta sono arrivato con una mezz’oretta di anticipo per non perdere il riscaldamento, come faccio di consuetudine. Come dicevo, viste le premesse favorevoli, mi sono deciso a lasciare il posto indicato sul mio season ticket e mi sono avventurato nel cuore degli irons, ritagliandomi uno spazio tra le file di seggiolini adiacenti al muro, laddove partono i cori, laddove si tifa per davvero.

Ero abbastanza insicuro di questa scelta. Avevo paura di essere percepito come un estraneo per la mia cadenza marcatamente meriodionale e il mio abbigliamento da colletto bianco. I primi venti minuti, dunque, li avevo passati ad osservare. E avevo visto più o meno di tutto: sigarette a volontà, birre sorseggiate nascosti alle spalle del vicino, e perfino ossido di diazoto aspirato dai palloncini, proprio come a Shoerditch alle 3 di notte. Un gruppo di ragazzini che si passavano euforicamente i polpastrelli sulle gengive è stato il punto di svolta. A quel punto le mie convinzioni hanno cominciato cominciato a vacillare e ho provato un senso di liberazione.

Mi sono sentito sollevato. E non perché io sia un consumatore di droghe – tutt’altro – o ami particolarmente bere alcol dietro la schiena del mio vicino, ma semplicemente perché in quel momento ho capito che quella tribuna era una rappresentazione perfetta dell’intera società londinese ed ero sicuro che avrebbe accolto la mia ‘diversità’ allo stesso modo in cui mi ha accolto l’East London. In altre parole, da quel momento ho cominciato a sentirmi a mio agio.

La cara vecchia Inghilterra, con la faccia politicamente corretta e la sua indole anarchica, non si era fermata alle porte della Boleyena! Tutt’altro, è ben presente su quei gradini della Sir Trevor Booking standing, tribuna ‘popolare’ il cui lasciapassare annuale costa intorno alle 600 sterline.

Ho cominciato a farmi trascinare dal ritmo del gioco, a concedermi affettuosi ‘Come on boy!’ verso Cresswell, il mio calciatore preferito, e a gridare ‘Oh! fuck sake!’ stizzito per alcuni passaggi sbagliati maldestramente dai miei ‘beniamini’. È venuto naturale e l’ho lasciato uscire fuori, nonostante l’accento e nonostante fosse la mia prima volta tra quei ragazzi cosi’ simili tra loro e diversi da me.

Upton Park

Ho esultato sul serio al gol del vantaggio di Enner Valencia, cantando il simpatico arraggiamento a lui dedicato sulle note di karma chameleon. Ho partecipato con sincero trasporto ai cori che volevo cantare, e ho lasciato perdere quelli che non mi sentivo di fare (uno in particolare che era cantato soltanto da alcuni ragazzini che mi è sembrato conteneva una antipatica rima con Jew).

Ho messo le mani nei capelli alle occasioni sbagliate dei ‘miei’ e ho bestemmiato in multilingua al pareggio dell’Everton nei minuti finali, nonostante i toffees fossero in 10 da almeno una mezz’ora. L’orgoglio esploso nella parte degli ospiti mi è sembrata una reazione legittima della gente venuta da Liverpool di martedì sera, per sentirsi cantare ‘Get a job, get a job, get a job’ e ‘We are paying your benefit’ per novanti minuti, alludendo alla crisi industriale del’area di Liverpool e a testimoniare l’opulente arroganza dei cockeny boys, difensori dell’orgoglio della parte est della capitale.

I tempi supplementari sono stati emozionanti sia sul terreno di gioco che sugli spalti. Gol, occasioni mancate, azioni offensive, cori irriverenti e orgogliosi (East! East! East London!) e soprattutto un gol a testa. Prima quello degli ospiti, poi il pareggio del West Ham.

Nel mentre accedeva tutto ciò mi sono stupito di vedermi insultare con grande naturalezza Leighton Beines per averso tempo tempo. Lui incarna alla perfezione i miei riferimenti culturali britannici e sportivi. È il terzino modernista, uno dei miei calciatori preferiti; praticamente tutto quello in cui credo condensato in un calciatore e gli stavo sbraitando contro.  Mi sono ritrovato al gol del pareggio che avrebbe prolungato la partita ai rigori in piedi su un seggiolino a indicare i genitali ai tifosi dell’Everton, ormai ammutoliti. ‘You’re not singing anymore. You’re not singing anymore.’ No, in effetti non stavano cantando più. Ma anche noi eravamo senza voce.

Poi i rigori. Tanti. Addirittura 18. Primo errore dell’Everton. Poi una serie di realizzazioni perfette per arrivare al 5-4 con il West Ham in vantaggio e sul dischetto, pronto a chiudere il discorso. L’arduo compito spettava a Downing: era lui a prendere la rincorsa e a tirare sul portiere. Downing è un fenomeno, e veste in claret&blue. È amato da tutti, ma questa volta ha sbagliato. Capita, nessuno qua intorno gliene farà mai una colpa.

Si arriva alla serie ad oltranza. L’Everton inizia, e questo vuol dire che il West Ham deve pareggiare tutte le volte che i tooffes segnano per restare in partita. E lo fanno per 4 volte. Tocca ai due portieri. Robles tira una bomba sulla traversa, Adrian invece la piazza a fil di palo dopo essersi tolto i guanti durante la rincorsa.

È finita. Realizzo che è finita e il West Ham ha passato il turno. Stavolta sono troppo stanco e stressato per improbabili scalate sui seggiolini. Concludo la serata abbracciando sconosciuti, come è giusto che sia. Sento la mia voce cantare: ’We are going to win the League. We are going to win the League and you are not going to believe it’.

No, non ci crederai, e fai bene perché probabilmente non avverrà, ma ci saremo divertiti un sacco nel frattempo.

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