L’ammutinamento di una nazione

In Sud Africa i francesi erano arrivati da vicecampioni in carica, sconfitti nell’edizione precedente soltanto ai rigori dalla squadra con la difesa più forte che la storia ricordi. L’immagine di Zidane che chiudeva la carriera passando accanto alla coppa, volutamente fuori dal fuoco della fotografia, era diventata l’immagine più rappresentativa di Germania 2006, forse anche di più di quella di Cannavaro che la sollevava. Ma nel 2010 il clima era molto diverso, la Francia in quel mondiale era arrivata senza meritarlo. Il fallo di mano di uno dei centravanti più forti era stato l’unico modo cui erano riusciti a superare l’Irlanda, squadra allenata da Trapattoni e quindi ostica per definizione.Zidane-mondiali-germania-2006-e1397148843248

Come spesso accade alla nazionale francese, la rosa solleticava la fantasia degli appassionati di calcio perché era composta da una serie di trequartisti molto talentuosi e un paio di attaccanti che, ai tempi, facevano paura a chiunque. Henry, Gignac, Cisse, Anelka, Ribery, Malouda, Gourcuff, Valbuena, Toulalan e Govou costituivano una batteria offensiva di livello assoluto. In quegli anni il Lione faceva paura in Europa e in Francia vinceva campionati a ripetizione; la spina dorsale dell’Olympique Lyonnais che giocava benissimo in Europa era anche l’asse portante della nazionale. Quella schiera di centrocampisti non poteva far altro che divertire gli appassionati, a patto di essere allenata degnamente. Il selezionatore era Raymond Domenech. Personaggio bizzarro su cui esiste una sconfinata aneddotica. Era ed è noto al grande pubblico per la sua grande antipatia, probabilmente dettata da un ego la cui grandezza è seconda solo alla sua eccentricità. Per esempio, credendo ciecamente nell’oroscopo, Domenech venne spesso criticato in patria per il suo rapporto con Trezeguet e Pires lasciati fuori dal progetto della nazionale, che avrebbe avuto grande bisogno di loro, perché nati sotto il segno del sagittario, cui Domenech attribuiva influenze nefaste.

Il cammino di preparazione alla campagna di Sud Africa fu problematico. Infatti Domenech decise di far fuori Thierry Henry dalla squadra titolare, adducendo come scusa che l’attaccante non era in grado di adattarsi ai suoi schemi. In campo nelle amichevoli preparatorie ci andò Anelka, punta centrale di un 433 con alle spalle Ribery, Govou, Malouda, Gourcuff e Toulalan. In pratica tutto l’arsenale a disposizione tranne Henry, appunto. ‘Mi sacrifico per il bene della nazionale’ furono le parole del calciatore, che già conosceva il ruolo che Domenech aveva in mente per lui. Secondo il commissario tecnico, Titì aveva perso lo smalto degli anni passati, non aveva la stessa progressione bruciante e nemmeno l’utilità tattica funzionale al gioco prodotto: in sostanza Anelka dava più garanzie, e per questo giocava titolare. In pratica Henry al Mondiale ci andava per fare “l’uomo-spogliatoio” come un Angelo Peruzzi qualsiasi. Nel frattempo qualsiasi partita giocasse la Francia, tutto lo stadio intonava cori per Henry non appena iniziava il riscaldamento o si alzava semplicemente dalla panchina.

La Francia arrivò in Sud Africa in quest’atmosfera, e come ritiro scelse una fortezza galleggiante sull’Oceano Indiano, accessibile solo in nave o percorrendo una strada letteralmente piantonata da militari. Domenech aveva scelto l’isolamento. Ma da questo fortino cominciavano a trapelare le voci di uno spogliatoio spaccato. Si diceva che le due stelle della squadra: Gourcuff – quando ancora veniva considerato l’erede di Zidane – e Ribery fossero in conflitto. Differenti in tutto e per tutto, i due fantasisti non potevano guardarsi in campo né tantomeno fuori. Come spesso accade nelle selezioni sudamericane quando lo spogliatoio è spaccato uno dei due clan emerge. In questo caso a comandare erano Anelka-Gallas-Ribery-Henry, i ragazzi di periferia, di estrazione sociale più bassa e magari figli di immigrati nordafricani, contrapposti a Gourcuff, appunto, esponente borghese della ricca Francia bianca. I ragazzi neri venuti dalle periferie erano accusati in patria di non avere alcun senso della squadra né della nazione di non cantare l’inno perché non lo conoscevano e di non essersi mai sforzati a parlare correttamente il francese. Il ghetto, d’altra parte, era diventata la corazza dentro il quale chiudersi: la provenienza e l’appartenenza a una mondo comune aveva cementato questo nucleo, ma al contempo l’aveva isolato dal resto. La parte ricca ed istruita aveva un atteggiamento molto snob e prendeva le distanze dai calciatori nati poveri, diventati ricchi e rimasti ignoranti. Ribery e Goourcuff incarnavano alla perfezione gli stereotipi della rispettiva fazione. Oltre alla questione sociale, ce n’era anche una tecnica: i senatori chiedevano l’esclusione di Yoann a favore dell’inserimento di Diaby, centrocampista difensivo che garantiva più copertura ed equilibrio. Nello spogliatoio si chiedeva anche l’inserimento di Henry nella squadra titolare insieme ad Anelka.

In patria e nel ritiro l’ambiente era tutt’altro che entusiasta. Persino Wenger fece notare che Londra era traboccante di bandiere con la croce di St. George, mentre a Parigi i mondiali sembra non esserci per nulla. Il popolo francese era indifferente alla squadra, la stampa sembrava giocare al tiro al piccione riportando episodi bizzarri se non insinuanti su quello che stava avvenendo in Sud Africa, i giocatori erano in aperta polemica tra loro e con lo staff tecnico. La fascia di capitano fu data a Evra in osservanza al suo carisma maturato da terzino di lungo corso del Manchester United.

In questo clima la Francia esordì con l’Uruguay e strappò uno 0-0 nonostante i sudamericani avesse giocato in 10 gran parte del match. Il punto guadagnato fu visto come un sollievo per non aver perso. Nella seconda partita si consumò il dramma. Per la prima volta nella loro storia, infatti, i messicani sconfissero la nazionale francese, lo fecero con un 2-0 che non ammetteva repliche né discussioni. E la sconfitta fu solo il minore dei mali. La partita fu un massacro con 13 responsabili. Gli 11 titolari e le 2 riserve giocarono, infatti, un calcio lontanissimo dall’idea di squadra, ognuno pensando soltanto a sé stesso. L’Equipe il giorno dopo titolò ‘Les Imposteurs’ e nel pezzo di accompagnamento si esortavano i lettori a gioire della sconfitta della selezione perché i calciatori non erano degni di indossare la maglia della nazionale. Trapelarono voci su un litigio furioso all’intervallo tra Anelka e Domenech. La nazionale francese si sciolse in quel momento.Sans-titre104

“Vatti a fare in culo, lurido figlio di puttana” era il titolo de l’Equipe del secondo giorno dopo la sconfitta. Il virgolettato si riferiva alle parole, non proprio Oxfordiane, rivolte da Anelka al selezionatore. Queste parole sintetizzavano un litigio furibondo avvenuto nello spogliatoio, riportato con dovizia di particolari alla stampa da qualcuno dei calciatori presenti. In quell’astio non c’erano soltanto questioni calcistiche, ma anche ragioni personali. Per questo gesto Anelka fu imbarcato sul primo aereo diretto a Parigi.

L’astio dei calciatori provenienti dalle Banlieue, la mancanza di coesione con l’allenatore e con il resto del gruppo era ormai arrivato all’esasperazione. La Francia non era una squadra, era una polveriera metafora della complicata questione sociale interna, a cui la sconfitta con il Messico aveva data la scintilla ed erano esplose tutte le contraddizioni proprie di una società che non ce la fa ad amalgamarsi. Il mix perfetto della vittoria del 1998 era soltanto un ricordo, caduto alla mancanza di un leader che facesse da collante come erano Petite, Lizarazu, Barthez, e Zidane. Quello che sarebbe dovuto essere Thierry Henry. Dopo la sconfitta con il Messico, come detto, Anelka fu cacciato dal ritiro per aver rifiutato le scuse al selezionatore e la squadra si schierò al suo fianco disertando una sessione di allenamento in segno di protesta. La squadra abbandonò il campo di allenamento salendo su un pullman con le tendine tirate e le teste bassa, passò alla storia come ‘l’autobus della vergogna’. Il direttore sportivo si dimise dopo un diverbio molto violento con Evra, stava cercando invando di convincere i giocatori ad allenarsi, in fondo la qualificazione era ancora possibile e passava per una vittoria il giorno seguente con i padroni di casa. Il tentativo fu inutile, di fatto i francesi si erano ammutinati alla vigilia della partita con il Sud Africa, che poi avrebbe sancito la prevedibile fine del loro mondiale.mondial-2010.la-ridicule-mutinerie-des-bleus

I calciatori affidarono ad un comunicato le loro spiegazioni. Si dicevano tutti convinti a sostenere Anelka, e osteggiavano la decisione della federazione di cacciarlo basata, a loro dire, solo su quanto riportato dalla stampa. Domenech, bersaglio numero uno di quelle parole, fu colui che le lesse ai giornalisti. Si umiliò davanti alla stampa leggendo quella lettera di accuse a sé stesso. Era la vigilia della partita decisiva.

Il giorno dopo la Francia perse per la seconda volta di fila per 2-1. Rientrato, in patria Henry fu convocato da Sarkozy in una visita ufficiale dove doveva dargli conto di quanto successo in quel mondiale. Non trapelò nulla, nessuna gola profonda riportò il dialogo tra i due, non fuoriuscì nulla, nessuno si prese la responsabilità di riferire. Henry fu chiamato a rendere conto alla nazione di quanto successo in un’intervista. Questo fu, probabilmente, il punto più basso della sua carriera: le telecamere ripresero una serie di spallucce, di frasi di circostanza e molte frasi fatte che cercavano di minimizzare gli attriti dello spogliatoio, nascondendo quello che in realtà era successo.

Di ammutinamenti, lotte intestine, guerra fra clan è probabilmente pieno il calcio. Soltanto alcuni episodi diventano visibili agli occhi degli spettatori. Di Sud Africa 2010 alla Francia rimane il punto conquistato in 3 partite, rimane l’immagine di Anelka che manda a fare in culo Domenech davanti agli occhi dell’intera nazione, rimane il litigio tra Evra e l’accompagnatore, rimane “l’autobus della vergogna” che riportò nell’albergo in cui i calciatori erano tenuti nascosti agli occhi del mondo ma soprattutto rimane l’immagine di una selezione immagine di una nazione spaccata da contraddizioni interne ed incapace di essere gestita dai suoi leader. In Brasile sarà interessante vedere cosa la Francia vorrà mostrare di sé.

Per chi volesse approfondire l’argomento, il Guardian ha pubblicato uno stralcio della biografia di Henry che trovate qua

Daniele Manusia ha raccontato, invece, su ‘L’Ultimo uomo’ tutta la storia personale di Gourcuff in cui vengono trattate anche le vicende del mondiale. Trovate il pezzo qua

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