L’Argentina al mondiale

Una smorfia, una sguardo al cielo, un movimento di spalla, o un altro gesto di sufficienza è la reazione con la quale moltissimi argentini archiviano la domanda riguardante Leo Messi, quello che dovrebbe essere il calciatore più rappresentativo della loro nazionale, nonché uno dei primi due più forti del mondo. La spiegazione si trova facilmente nella frase che molti argentini danno ai giornalisti che rivolgono loro la domanda sul presunto figliol prodigo.

Non lo conosciamo per davvero, non ha mai giocato da noi”

Messi

Messi non è un figlio del suo popolo,  è Catalano, è stato accolto dagli spagnoli,  che lo hanno accudito, curato, formato ed esaltato. Normale che non sia un idolo per le persone che l’hanno visto lasciare il barrio d’origine quando era poco più che un ragazzino. Un ragazzino di 14 anni, con problemi di salute non così gravi da offuscare il talento che lo caratterizzava già a quell’età. Da quelle parti devi essere qualcosa in più di un fenomeno per diventare un simbolo e Messi non ha fatto niente in Argentina, ma soprattutto non ha fatto niente per l’Argentina. Diego è diventato Dio quando ha umiliato gli odiati inglesi dopo averli battuti, se li avesse soltanto sconfitti non sarebbe quello che è ora. Il selezionatore, Sabella, sembra aver ridato a Messi un ruolo più centrale di quanto non avessero fatto i suoi predecessori nelle passate selezioni all’interno delle quali quasi era uno come tanti, non certo il talento più amato come è nella ‘patria’ azulgrana.

Scomodare Maradona è inutile e fuorviante, è chiaro che non ci sarà mai nessuno come lui, con il suo talento ed il suo carisma così come non c’è mai stato nessun altro prima di lui. Messi per certi aspetti, soprattutto quelli tecnici, ci si avvicina ma non sarà mai Diego per le note ragioni caratteriali, di attitudine personale. Il punto è che in patria Messi non è amato nemmeno quanto Carlos Tevez, uno che ha avuto soltanto una frazione dell’impatto sulla storia del calcio che ha avuto Messi, ma che rappresenta meglio di chiunque altro della sua generazione l’identità argentina. Nonostante ciò, e forse anzi proprio per questo, Tevez non sarà al mondiale. Sabella, il selezionatore, infatti, l’ha escluso dalla lista dei 23 sebbene avesse fatto un’ottima stagione con la squadra diventata campione d’Italia grazie a lui, che è risultato uno dei migliori della stagione Juventina. Un posto  tra Messi, Aguero, Higuain, Lavezzi e Palacio poteva esserci, sicuramente ci sarebbe dovuto essere nei 30 della prima scrematura. Il punto è che la sua esclusione è stata una scelta politica.

La selezione argentina si è spesso divisa in clan in passato: quello di Sorìn, quello di Veron, quello di Martin Palermo riflettendo i rapporti di forza esistenti all’interno dello spogliatoio. Probabilmente l’esclusione del numero 9 da Fuerte Apache non è da ricercare nemmeno in queste logiche di guerra tra bande: portare il giocatore del ‘popolo’ in Brasile avrebbe potuto destabilizzare l’opinione pubblica. Se Tevez fosse stato presente in quella lista sarebbe stato in lizza per il ruolo di quarta o quinta punta, sicuramente indietro nelle gerarchie rispetto a Messi, Aguero, Higuain e forse anche al pocho Lavezzi. Escludere un giocatore di quel carisma dall’undici titolare avrebbe esposto il selezionatore ad una situazione in cui la vittoria sarebbe stata macchiata dall’assenza dal campo dell’anima del popolo argentino, e la sconfitta dovuta alla panchina o ai pochi minuti in campo di Tevez. Sabella, che di calcio ne ha visto tanto ed in tutti i ruoli possibili, ha preferito eliminare il problema alla radice e non ha perso occasione di motivare la sua scelta con la giustificazione di voler mantenere il gruppo unito. Una scelta che può considerarsi senza dubbio ragionevole alla luce di questi aspetti psicologici.

Dal punto di vista tecnico la selezione presenta in toto dei limiti vistosi. La mancanza assoluta di un portiere, la linea difensiva piuttosto fragile e un esercito di centrocampisti – Gago, Mascherano, Biglia, Maxi Rodriguez, Alvarez, A. Fernandez, Di Maria e Perez – con un’ottima attitudine ad attaccare piuttosto che a difendere danno l’idea che la selezione albiceleste sia spaccata in due tronconi e che il pacchetto offensivo sia nettamente migliore di quello difensivo.

Il popolo argentino si affida a Di Maria, Messi, Aguero e Higuain probabilmente il quartetto di calciatori offensivi più forti dell’intera competizione, ma il gusto che rimane in bocca dopo aver ragionato sul mondiale che potrà fare l’Argentina è amaro e si assapora una squadra che non farà moltissima strada; e soprattutto ci si immagina che nemmeno questa volta Leo diventerà Diego, ma in fin dei conti, i suoi concittadini hanno anche smesso di chiederglielo o di aspettarselo.

http://www.theguardian.com/football/blog/2014/jun/04/argentina-world-cup-carlos-tevez-lionel-messi

http://inbedwithmaradona.com/journal/2014/5/20/jffrvld8h0k44w67zsd9z78cff6wl5

http://revistauncanio.com.ar/opinion/el-falso-suspenso/

http://revistauncanio.com.ar/opinion/el-individuo-o-el-grupo/

 

 

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