Nessun rimpianto

Se il calcio, come ogni sport agonistico, è metafora della guerra (dalla cui arte, del resto, prende in prestito l’intero frasario), ogni derby ne è la sublimazione.
Il fremito che annunciava l’arrivo del Bari (e dei baresi) o una trasferta a Barletta, non ha paragoni. Se non nel più passionale degli amori intuiti. Durava settimane. Ti impediva di concentrarti sul resto. Ti rendeva una maschera di tensione sotto la quale scorrevano, impetuosi, fiumi di adrenalina. Poi arrivava la domenica. E le squadre scendevano in campo. In una bolgia di cori, sudore, fumo, striscioni offensivi, insulti sanguinosi. Talvolta v’era anche il contatto con gli odiati cugini. Talvolta si vinceva uno a zero all’ottantesimo. E si consegnava quel gol al grande libro della comunità, sotto la voce “epica”. Ricordo, uno per uno, tutti i miei derby.
E i giorni che li hanno preceduti. Da domenica mattina non posso esimermi dal seguire il dibattito scaturito dall’esito di Salernitana-Nocerina. Vorrei anche farlo, per una questione di serenità. E di salute. Ma ciò che alle orecchie arriva è invadente. E grida vendetta. Tremenda vendetta.

Sono tutti d’accordo: “Non è calcio, quello!”. Che verrebbe da sorridere d’amarezza e soffocare un vaffanculo. E adesso ve ne accorgete? “C’era davvero bisogno di arrivare a tanto?”, chiedono sconcertati alla platea immaginaria opinionisti e dirigenti. Con la stessa faccia di bronzo con cui gli Statunitensi domandavano al mondo, dopo l’11 Settembre, “perché ci odiano?”.  “C’era bisogno?”. E c’era bisogno sì! Altre lingue – compresa quella della logica – voi non le capite!
A volte, per comprendere anche i più elementari rudimenti del vivere civile, un uomo deve essere portato fino all’estremo limite della barbarie. Altre volte, sono i barbari stessi a dover insegnare al mondo a campare. A stare al mondo.
C’era, tra gli illuminati riformatori del calcio italiano, “malato di violenza”, gente che sosteneva di aver trovato il modo per far quadrare il cerchio. L’introduzione della Tessera veniva presentata come una sorta di rivoluzione copernicana. Un diavolo, con le corna in un Ministero e la coda in un istituto bancario, ammiccava: “In cambio della tua anima, ti offro quel che prima giù avevi (e che era pure garantito costituzionalmente): la possibilità di seguire la tua squadra del cuore ovunque”. Ovunque. Che in italiano significa una sola cosa. Dopo anni di trasferte vietate dal Casms – altro mostro di dubbia utilità ma di sicura redditività – o proibite all’ultimo momento dai Prefetti e dai Questori, quando non disputate a porte chiuse, per molti si è prefigurato uno scenario diverso. E, dinanzi al bivio proposto dal demone, hanno firmato col proprio sangue il loro patto col nemico. Tra questi, non è un segreto per nessuno, i Nocerini. Bene. Salernitana-Nocerina è il derby. Nessuna Gubbio o Gavorrano, nessuna scampagnata di Serie B (o anche di A) potrebbe valere altrettanto. Per un Nocerino. Ergo: la Tessera sospende d’incanto le proprie qualità taumaturgiche e torna ad essere un semplice pezzo di carta. Perché Salerno è vietata. L’ha deciso il Questore.
L’intera dirigenza della Nocerina si è dimessa, dopo i venti minuti di commedia dell’arte all’Arechi. Per far esclamare ai giornalai che il calcio è in ostaggio degli Ultras. Ma nessun dimissionario dirigente ha alzato la voce dinanzi all’arroganza della decisione. Prima, voglio dire, dell’extrema ratio “imposta” dagli Ultras. Nessun dirigente in carica ha avuto le palle per gridare allo scandalo. Perché evidentemente non avere i propri tifosi al seguito non è così grave come non ricevere un rigore a favore. Incongruo. Ingiusto. Viviamo una nuova era.
Dopo quella degli Showman e delle Showgirl riconvertiti alla Politica e quella dei Magistrati scrittori, siamo entrati in quella dei Prefetti e dei Questori primedonne.
Gente che sta subendo il fascino della ribalta come certi ragazzini il richiamo del denaro facile. Gli piace, a questi elementi, andare in televisione ed atteggiarsi ad eroi dell’ordine pubblico. Sarà perché i media sono in cerca di modelli “positivi” e seducono; sarà per il surplus di telefilm sbirreschi. Fatto sta che il nostro Ispettore di polizia ha il poster di “Serpico” in ufficio. E non è ancora questore. Gli altri, quelli che hanno già fatto carriera, sono oltre. Non più il semplice evitare di organizzare un servizio, che potrebbe facilmente essere frainteso come scarsa voglia di lavorare. Ma ansia da protagonismo. Come quello che, nonostante il parere negativo di istituzioni e comunità, ha imposto che Priebke fosse tumulato ad Albano Laziale. E che, dopo aver portato gli incidenti nel salotto di casa, dinanzi alle richieste esplicite, non ha sentito il dovere di dimettersi. Mentre se rubi un bullone alla Sata di Melfi ti sbattono fuori a calci nel culo.
Il Questore di Salerno ha fatto di più. Ha parlato con i giocatori della Nocerina – che saranno di Udine come di Pavia, come di Milazzo; che saranno ragazzini – per rassicurarli. Più o meno come Pertini con Alfredino. Presunzione. Egocentrismo. Abuso del ruolo. E sì che viviamo in un Paese che, su certi temi, preferisce vietare e proibire piuttosto che comprendere e aggiustare il tiro. Si che viviamo soggetti ad Istituzioni decisioniste solo quando si tratta di calpestare il dissenso. Ciniche quando va imposta l’alta velocità, incapace di reagire – anche solo a parole – dinanzi a 46 milioni di telefonate intercettate e spiate dagli Alleati americani.
Ma qui si esagera. I motivi di ordine pubblico ci sono. E, per paradosso, ci devono essere. Altrimenti, perché pagare lo straordinario ai nostri robocop? Esistono per quello. Non per farci scegliere tra Libertà di movimento e Sicurezza. Ma per garantire Sicurezza e Libertà. Ipoteticamente, s’intende. Invece, questo quadro d’insieme sembra volato via dal nostro orizzonte mentale. Evaporato.

I ruoli cambiano e noi, di riflesso, cambiamo il nostro modo di guardare ai ruoli e riempirli di significato. I Nocerini hanno ragione. Avevano ragione quando gridavano allo scandalo, quando si sentivano danneggiati (nonostante, a qualcuno tra noi, potesse scappare un sorriso di compiacimento nel vedere dei tesserati traditi dallo Stato. Poi è prevalsa la battaglia più grande che combattiamo, a forze impari, da anni). Sono stati lasciati soli da quelli che, in questi giorni, tramano il sermone e invocano galera ed abiura. Hanno difeso la loro città, costringendo l’Italia intera a guardare in faccia il punto di non ritorno del calcio.
Perché, no. Quello dell’Arechi non è calcio. È la salutare crisi del Calcio ostaggio dei Prefetti e dei Questori. È il limite estremo. E non basteranno i daspo o la repressione, i nuovi limiti e i nuovi divieti. Se il calcio non torna alla gente, si metterà fine al calcio. Con un mucchio di ricordi, certo, ma senza rimpianti.Contrasto aereo

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