Oggi faccio un giro alla Boca…

Perché si sia sbagliato uno, non deve pagare il calcio. Io ho sbagliato e ho pagato. Il pallone non si macchia. Il pallone non si macchia. Grazie a tutti voi e grazie a questo tempio. Il tempio del calcio mondiale…”.

Sono queste le parole con cui Diego Armando Maradona si è congedato dal calcio, nel discorso alla fine della partita di addio al suo sport. La “Bombonera” di Buenos Aires è il tempio di cui parla.

Sul prato la palla scorre lenta. Molto lenta. Ai miei occhi abituati al calcio europeo, vedere un gioco così compassato risulta a tratti irritante. Motivo? L’erba alta.

In Argentina si gioca con l’erba alta. Loro ci tengono alla tecnica, e se la palla scorresse troppo veloce lo spettacolo tecnico ne risentirebbe. Così invece anche i più giovani hanno modo di farsi vedere. Ed è un bene che sia così. Le squadre argentine sopravvivono vendendo i loro gioielli. Devono metterli in mostra.

Siamo nel novembre del 2005 e io mi trovo alla “Bombonera” di Buenos Aires, con il mio amico Tiziano. Ci hanno detto che oggi gioca il Boca Juniors. E noi siamo venuti a vedere se c’è modo di entrare per vedere la partita.

Compriamo i biglietti da uno dei tantissimi bagarini che circondano lo stadio. Entriamo e ci sediamo.

La partita comincia e la palla scorre lenta. Troppo lenta. Nel Boca c’è Martin Palermo. C’è Rodrigo Palacio. E poi Insua, Gago e Schelotto. Altri. Nel Colon, avversario di turno, non ho idea di chi giochi.

Martin Palermo tocca la palla, si e no, due volte, nel primo tempo. Peccato, in fondo è uno dei pochi giocatori famosi in campo, è uno di quelli che sono venuto a vedere. Non succede quasi nulla. Lo 0-0 che stiamo vedendo, per di più alla velocità minima alla quale le squadre se lo stanno giocando, è una delusione. Il primo tempo finisce.

Nell’intervallo però succede qualcosa di strano.

Sin dall’inizio della partita mi sto godendo “La Doce” il numero 12. Il dodicesimo uomo in campo. Io e Tiziano siamo riusciti ad infilarci nel settore in cui sono assiepati i gruppi più importanti della più grande tifoseria del mondo. Mi sento un privilegiato. I cori non si sono mai interrotti. La gente ha saltato, urlato e spinto. Le loro voci sono mosse da un amore che non si può descrivere. Bisogna vederlo.

Lo squallore della partita sembra non interessare loro. Loro fanno quello per cui sono qui.

Arriva l’intervallo, dicevo. La curva zittisce. Le persone cominciano a parlarsi nell’orecchio. Comincio a vedere sorrisi. Comincio a sentire una strana emozione della quale non conosco nemmeno la ragione.

Llegò…” mi dice un signore di mezza età, che si trova allo stadio con il suo bambino.

È arrivato…”. È arrivato.

Di colpo mi si chiude lo stomaco. Io lo spero, ma non sono sicuro che parlino di lui.

Intanto inizia il secondo tempo. La curva ricomincia a cantare. Martìn Palermo si mangia dei gol incredibili. Il Boca ci prova. Il Boca non ci riesce, il gol non arriva.

Di colpo tutti si alzano in piedi, i cori si fermano di nuovo. Dalle tribune laterali arriva un boato. Lo stadio si trasforma in un tempio. Ecco di cosa parlava Maradona.

Ed è proprio lui a spuntare da uno dei palchi. È Diego Armando Maradona.FBL-ARGENTINA-BOCA-RIVER

Lo vedo, in lontananza. Ha la maglia del Boca, che si toglierà presto. E’ poco più di un puntino, ma è il mio idolo. L’eroe della mia infanzia. Il più grande. L’avevo già visto dal vivo tante volte. Tanti Torino-Napoli con lui in campo. Ma stavolta l’emozione è inattesa. E l’emozione è doppia, perché sono a casa sua.

La gente ormai è tutta girata verso quel palco e nessuno sembra dare più importanza al calcio giocato. Stanno tutti vivendo il loro rito, personale e collettivo, sacro e profano. Mi viene in mente il Papa dal balcone su Piazza San Pietro.

L’esagerazione delle emozioni con cui Maradona viene accolto non sono in grado di descriverla, i loro volti, i loro sorrisi. C’è chi piange. I ragazzini sono felici.

E lo sono anche io. Lo è anche Tiziano. Siamo felici.

Spunta uno striscione che mi fa venire la pelle d’oca e dice: “Si jugaras en el cielo, moriria por ir a verte…”. Se tu giocassi in cielo, morirei per poterti vedere. Sta tutto in questi versi.

Segna il Colon. Il Boca sta perdendo 0-1.

Maradona si sporge, canta, sventola una maglia come fosse una sciarpa, tutti lo seguono, anche dopo la fine della partita. Siamo tutti venuti a vedere lui. Lui che circa un anno prima della partita alla quale sto assistendo ne ha giocata una con la morte. Vincendo anche quella. Lui che da giocatore ha sconfitto tutti, lui che da non giocatore ha sconfitto la morte, come potrebbe non essere idolatrato a questo modo? Lui che ha alzato la Coppa del Mondo permettendo così il riscatto di un’intera nazione umiliata da anni di follie dittatoriali e militari.

Maradona quando può viene alla Bombonera a vedere la sua squadra. Nel suo stadio. Tifa e non si risparmia. Lui che è considerato un Dio si mischia con la sua gente, perché ha bisogno del suo amore per continuare a vivere.

La partita finisce, lo stadio si svuota. Il Boca ha perso e poco importa. Scendendo le scale dello stadio, compressi in queste strette scale circondati da migliaia di tifosi, mi rendo conto di essere stato fortunato.

All’uscita facciamo ancora un giro nei dintorni del tempio. Alcuni vendono salsicce e panini di carne, altri magliette e sciarpe. Altri bevono e parlano. Scene comuni a tutti gli stadi del mondo. Solo che qui non siamo in “uno” stadio. Qui siamo “nello” stadio.

E io… ho visto Maradona.la doce boca juniors

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