“Presenti il suo passaporto”. Benvenuti ad Avellaneda, Buenos Aires.

La Guardia ImperialAlcune storie non iniziano mai. Non si sa dove andare a cercare. Non si sa se crederci o no. Tu vai a Bunos Aires e chiedi del “più grande”. Provaci.

El màs grande… in Argentina è una leggenda. Tu chiedi e ti diranno di tutto. Ti risponderanno in mille modi diversi. Ci credono. Solo che il “più grande” non esiste.

Boca… ti risponderanno i più. River… diranno gli altri.

E giù classifiche, statistiche, nomi e cognomi di “grandi campioni sconosciuti” che hanno reso “grande”, el màs grande… una squadra piuttosto che l’altra.

Che momenti quelli, dopo la terza o quarta birra, in cui qualche ragazzotto ventenne con l’accento estremamente porteṅo ti racconta di qualche giocatore del 1967, quando il Racing ha vinto la sua prima e unica Libertadores. Cosa ne saprà mai… lui…

clarin racing campeon 1967

Allora chi è il più il grande? El… più grande. L’equipo… la squadra, in spagnolo è maschile. Orgoglioso sostantivo maschile. Non lo dico perché io sia d’accordo, ma in Argentina il futbol è veramente considerato una cosa da uomini. Al di là delle regole grammaticali.

Andare indietro nel tempo e cercare quale sia la squadra più importante è impossibile. Si può calcolare chi ha vinto di più, quale sia la squadra più antica. Anche così però si fa fatica.

Era il 2008 e mi trovavo a Buenos Aires in uno dei miei tanti viaggi. Ero con il mio amico Christian e si giocava un clasico. Il clasico della squadra che seguo da sempre, in Argentina. Il Racing, La Academia, perché negli anni ha sempre sfornato centinaia di giovani campioni. Era una domenica di sole invernale sudamericano, caldo al punto giusto. Decidemmo di andare, io e il mio amico Christian. Non potevamo per nulla al mondo perderci quella che ci avevano descritto come la partita più bella di tutte. Sì… più bella anche di Boca – River.

“Andiamo a vedere chi è il màs grande…” dissi a Christian.

Bastò uno sguardo di intesa per capire che non avremmo resistito, che ci saremmo dovuti andare a tutti i costi.

Dall’Avenida San Juan dove vivevo in casa di mio suocero, raggiungere il Cilindro de Avellaneda è impresa non semplice. Bisogna prendere dei bus, camminare, prendere altri bus. Poi cercare il biglietto dai bagarini, non proprio fra i più diplomatici, sperare di non rimanere invischiati in qualche rissa campale. Superare i controlli, entrare e sopravvivere a 90 minuti di inferno.

Prendemmo il colectivo numero 95, se non sbaglio. Salendo trovammo già tante maglie e sciarpe biancoazzurre. Era il bus giusto.

“Speriamo bene, sarà dura entrare” dissi banalmente a Christian, giusto per non stare in silenzio.

“Massì, siamo sempre entrati ovunque…” mi rispose, riferendosi a tutti gli stadi che abbiamo visto in giro per l’Italia seguendo il Toro. Io però sapevo che lì era un po’ diverso. Ma ero troppo emozionato. Non vedevo l’ora di arrivare.

Buenos Aires è una distesa infinita di palazzi e di strade. Cemento grigio percorso da autobus di ogni colore. E’ già bella di per sé, Buenos Aires. Quel giorno però la vidi con occhi emozionati e speranzosi. Vedevo gli altri tifosi seduti vicino ai finestrini, con sguardi attenti e spaventati. Rispettosi.

Dal centro, per arrivare ad Avellaneda, dove sorgono, a 100 metri di distanza l’uno dall’altro, gli stadi di Racing e Independiente, bisogna attraversare il riachuelo, il “fiume” più inquinato del mondo. Ma non importa. E’ bellissimo. Ci si lascia il quartiere della Boca alla propria sinistra. I tifosi del Racing, anche quelli fra loro che vivono in centro, lo guardano sprezzanti.

Si arriva poi ad un cavalcavia autostradale che, una volta finito, catapulta tutti i bus carichi di hinchas dentro la realtà parallela di Avellaneda. Una città più che un quartiere. Gente diversa. Orgogliosa di non appartenere totalmente alla città. Gente che parla di Buenos Aires come di un posto lontano chilometri. Un posto esotico, dove gli altri sono “insoliti”.

Racing e Independiente si contendono da sempre, anche loro, la palma del “più grande”. Solo che non prendono nemmeno in considerazione che possano esistere altri grandi. Un posto dove ti chiedono il passaporto.

Arrivammo allo stadio dopo una passeggiata tesa e guardinga. Non si sa mai, in Argentina. Occhi aperti sempre. Individuati i bagarini e comprati i biglietti a 60 pesos l’uno, una cifra che oggi risulta ridicola, circa 7 euro, ci avviammo verso l’entrata del nostro settore.

 

I volti intorno erano tesi. C’era quell’aria di attesa che chi frequenta gli stadi conosce bene. Poliziotti a cavallo e camion idranti della polizia delimitavano gli incroci. Fu tutto piuttosto nuovo per noi. Ci ritrovammo inglobati in un fiume di gente. Era tutto bianco e azzurro. Eravamo nel posto giusto. Camminando vedemmo anche, poco distante, lo stadio dell’Independiente. Sono letteralmente attaccati.Gli stadi di Avellaneda

Arrivando all’entrata ci rendemmo conto che era stato formato un vero e proprio cordone di poliziotti muniti di fucili e pistole. Una breve perquisizione e fummo dentro.

Anche, come in questo caso, entrare in qualche stadio risulta meno pericoloso di quello che avevo immaginato, quel momento mi lasciò, anche in quell’occasione, la sensazione più bella che io sia in grado di provare. L’attesa.

Come quando, per qualcuno, al cinema si spegne la luce, o quando, per altri, rullano i motori dell’aereo, per me il momento più emozionante di tutti è sempre quello in cui sto per salire i gradini di uno stadio mai visto.

Già dall’antistadio si potevano sentire i cori degli hinchas del Rojo. Entrammo e li vedemmo, nell’altra “curva”, quella degli ospiti. Un muro rosso, impressionante. Cantavano e saltavano già un’ora e mezza prima dell’inizio della partita. Il resto dello stadio era ancora praticamente vuoto e quei cori rimbombarono dentro di noi. Ci lasciarono sorpresi.hinchada

Presto però la gente del Racing iniziò a gremire gli spalti. Passavano i minuti e venivamo spinti sempre più verso l’esterno della curva. Ci andammo a sistemare in un angolo un po’ riparato, dove finisce il primo anello e c’è una griglia di ferro malandata e antica.

Mi resi conto che l’atmosfera fra gli hinchas del Racing era quella che provo ai derby del Toro. Speranza, senza vera speranza. Quella che provano i tifosi delle nobili decadute. El màs grande… ripetevo dentro di me. Gli Independiente cantano irriverenti i loro cori, senza alcun rispetto per il Racing. Cantavano facendosi beffe della storia, non gli importava nulla dei sentimenti di migliaia di persone. Il calcio è così. E’ questo. Altrimenti non è nulla.

Le tribune si riempirono. All’inverosimile.

Stipati in quell’angolo di Cilindro vedemmo cominciare la partita. I volti trasformati di chi ci stava intorno. I volti dei bambini in preda ad una sofferenza atroce, ancor prima dell’inizio della partita mi ricordarono ancor più perché avevo scelto il Racing. Io sono così. Qualunque cosa capiti, io soffro.

Verso la metà del primo tempo segnò l’Independiente. Tutto nella norma. Grande delusione. Era come se io avessi già perso. Aspettavo quel momento. Era solo questione di capire quando sarebbe arrivato.

La Guardia Imperial, così si chiama la tifoseria del  Racing, cominciò il suo lento, perentorio, ossessivo coro soy de Racing che durò gran parte del primo tempo, dell’intervallo e parte del secondo tempo.

La partita scorse via veloce, come succede quando si perde. Ad un certo punto però, guardandomi intorno, sentii le vibrazioni della gente. Ci credevano. Speravano. Loro erano el màs grande, non avrebbero mollato mai.

I bambini si mangiavano le mani. Gli anziani fumavano nervosamente. I ragazzi non smettevano di saltare e cantare.

Era circa l’87 minuto quando, durante il forcing finale, venne scagliato un pallone verso l’area. Uno di quei lanci disperati, verso il nulla. La punta del Racing sfiorò di testa la palla, che finì nei piedi del ruvido difensore Franco Sosa, trovatosi lì quasi per caso. Tiro al volo e pareggio. Io e Christian fummo trascinati verso il basso da una valanga di gente.

Non saprei descrivere la gioia che provai in quel momento. E’ la gioia liberatoria del gol.

Sicuramente non saprei descriverla meglio del cronista tv che disse in quell’occasione: “pareggia la partita il Racing, all’ultimo minuto, mentre la partita se ne andava… quando stava per finire il Racing ce la fa. Questa è la storia del Racing, così vive la gente del Racing. Come un pareggio all’ultimo minuto…”.

Sentendo quelle parole, il giorno dopo, rivedendo le immagini della partita, mi resi conto che per me è questo che fa di una squadra “la più grande”. Parole da perdente, diranno alcuni. Forse sarà così, però per me il calcio è questo. Un insperato pareggio all’ultimo minuto.

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