Quando Lebowski incontra Sollier!

Stasera presso il CPA di Firenze gli ultras del Centro Storico Lebowski incontreranno Paolo Sollier, giocatore del Perugia anni ’70 noto anche per il suo impegno politico. In queste righe proviamo a raccontarvi chi è Paolo e perché le sue riflessioni su calcio, politica e società possano ancora essere attualissime. Questo il link all’evento

 

Non si può introdurre una discussione con Paolo Sollier come fosse un calciatore qualsiasi. E, da quel che ho capito io, neanche partendo dalla sua militanza politica. Ogni categorizzazione è limitante, come per ogni persona: perché di questo parliamo, non di personaggi tanto rassicuranti quanto finti.

Gli atteggiamenti divistici non gli sono mai piaciuti. Un esempio per tutti, il suo odio verso gli autografi: non per altezzosità, ma proprio per non creare una barriera tra persone, elevandone una allo status di celebrità (fittizia) e umiliando l’altra come “non famosa”, costretta a rincorrere feticci di una insensata fama altrui. “È uno dei primi passaggi per accettare le cose come stanno. Il mondo è composto da persone importanti e non importanti […] Sono un esempio di una delle regole di questo sistema: dare valore a cose che non ne hanno alcuno”.

Presentarlo come calciatore è riduttivo, dicevo. Perché il calcio è un mestiere che si è trovato a fare per un po’, senza che diventasse tanto totalizzante da riempirgli la testa, di belle donne prima e di nostalgia poi. Era semplicemente uno spazio diverso dove provare a diffondere le proprie idee, approfittando della sua enorme cassa di risonanza. Anche leggendo Calci e sputi e colpi di testa lo si capisce subito: il calcio è lo sfondo, ma il protagonista è un uomo. Con le sue riflessioni politiche (sull’individualismo rampante, sulla Resistenza, sul PCI), ma anche con le sue paure e le sue scopate, “le mie fughe e le mie fighe”.

Quella che è sincera contestazione viene facilmente pacificata dai media,  enfatizzando l’attività politica fino a stereotiparla, come se la mosca bianca fosse parte del grande circo del calcio. Se temi un messaggio, puoi sempre renderlo parte del tuo spettacolo: ed ecco che il pugno chiuso di Sollier inizia a fare notizia, proprio per neutralizzarne la carica eversiva. 

Resta sempre consapevole della sua condizione di privilegiato, Sollier: sa che è facile parlare di comunismo e condivisione, in un mondo dove i soldi girano che è un piacere. Sono state le esperienze e i contesti in cui è cresciuto – e che si è scelto – a renderlo diverso: l’infanzia a Chiomonte; la sorella impiegata alla Fiat; l’incontro con Potere Operaio prima e con Avanguardia operaia poi; l’esperienza con il volontariato; la vita nelle comuni. Niente a che vedere con ragazzetti che, oggi come allora, crescono nella torre d’avorio di una squadra giovanile: convinti di essere predestinati, decisi a fuggire da quel mondo reale da dove vengono i loro padri e i loro amici, ma anche i loro tifosi. Forse è per questo che si sentono superiori, quasi a voler ribadire di avercela fatta, rinnegando il passato e temendo che il fischio finale li riporti da dove sono venuti. È stata questa la grande intuizione di Sollier: aver capito che il calcio è un mondo bellissimo, che riflette il mondo vero, ma non può inglobarne i conflitti e la complessità.

E se è il rischio di alienazione è alto per un giocatore, è facilissimo che lo spettatore diventi parte passiva anche nella vita politica, catalizzando ansie e conflitti reali in rivalità sportive (che peraltro si fanno sempre più fittizie con il progressivo distacco di identità tra squadra e città). La militanza rischia di diventare una chimera sul campo, ma anche sugli spalti: “La partita della domenica è come la ciliegina sulla cattiva torta di ogni giorno, aiuta a mandar giù, a scaricare la rabbia. Invece questa rabbia non deve passare come un mal di testa, ma deve prendere forma e coscienza”.

Trentacinque anni dopo, molte delle contraddizioni del calcio sono esplose, fino ad essere assorbite dalla società. Il pubblico è anestetizzato, e finge di indignarsi per scandali oramai ciclici; tutto è opinabile, perfino il numero degli scudetti; una stampa sempre più incapace crea ed inventa personaggi-giocatori; il calciomercato è permanente, come le campagne elettorali; il  sensazionalismo e il gossip riempiono sempre più pagine, mentre il calcio è sempre più show business e sempre meno sport. Il “calcio moderno” sembra una bolla destinata a scoppiare, e le flebo di diritti tv e plusvalenze non sembrano poterlo rianimare.

Sollier ne aveva capito le contraddizioni. Aveva capito che “il mondo del calcio è in ritardo rispetto al mondo reale”; e che le contraddizioni erano paragonabili, perché le fratture della società si possono guardare anche da dentro il campo, nelle barriere di plexiglass tra una curva e una tribuna coperta.

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Alcuni spunti

La violenza negli stadi? Certo, finché il calcio verrà usato come una droga, bisogna aspettarsi che la gente si ribelli quando si accorge che quella somministrata è di seconda qualità.”

Sul provincialismo della stampa italiana “Non siamo forse nella patria della concentrazione delle testate (…) degli indebitamenti folli, tanto paga la Montedison? E inoltre non prospera da noi la stampa del ficcare il anso, del rotocalco che si interessa delle vite private (meglio se famose), dello scandalo ad ogni costo?”

Il pericolo è l’abitudine all’insabbiamento: la gente s’incazza e poi dimentica, s’incazza e poi dimentica, va a finire che dimentica di incazzarsi; si abitua a questi generali da Sudamerica.”

Ha un solo grosso difetto: è un padrone, sfondato di soldi da far paura. È di sinistra, più o meno sul Pci, col vecchio discorso che padrone comunista non fa rima, neppure per amore di partito, con operaio comunista.

Ora per fortuna si sono accorti – ci siamo accorti – che le vene culturali sono importanti come quelle politiche, sono politiche: e quindi feste, concerti, critica musicale, musica alternativa..

 

Ricevuto e pubblicato, con molto piacere, da Alessandro Bezzi (@AleBezzi su Twitter)

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