Santiago de Chile e il “Clasico” che non vedrò mai.

“Estadio Nacional de Santiago de Chile”. Detto così può anche sembrare, ad un appassionato, un posto esotico, accattivante e assolutamente da vedere.

E’ lo stadio della Universidad de Chile, senza dubbio il club di fùtbol più importante del Cile. E anche questo potrebbe farvi dire: “ecco… io vorrei vederci una partita in questo stadio”. Ed è quello che è capitato a me.

Era il mese di aprile del 2005, stavo girando il Sudamerica. Mi ero regalato un viaggio e non avrei potuto scegliere posto migliore per le mie due grandi passioni: il calcio e la letteratura.

Avevo letto tutti i libri di Luis Sepulveda, quelli di Soriano. Avevo letto altri libri su quel calcio così lontano, eppure così vicino. E’ quasi superfluo nominare Eduardo Galeano.

Stavo vedendo vari stadi in giro qua e là per il continente. Arrivato a Santiago del Cile, non avrei potuto fare a meno di vedere anche l’Estadio Nacional.

A pensarci oggi, mi viene ancora la pelle d’oca. E qualche sudore freddo. Perchè questo stadio non è solo uno stadio. Io non starò a spiegarvi perchè: meglio di me lo ha fatto Carmen Luz Parot nell’omonimo documentario. Guardatelo e capirete cosa voglio dire.

Altre, troppe parole sono state scritte su quel posto, e sono parole molto più autorevoli delle mie, che non hanno la pretesa di fare altrettanto.

Come dicevo era il mese di aprile, almeno credo, del 2005 e mi trovavo nella capitale cilena, quando venni a sapere che proprio in quei giorni si sarebbe giocato il clasico: U. de Chile – Colo Colo.

Dove si troveranno i biglietti? Chiesi varie informazioni presso l’ostello dove alloggiavo, presso i negozi di articoli sportivi. Feci quello che faccio di solito quando vado in posti nuovi e sconosciuti. Di questi biglietti non c’era traccia.

Internet non era ancora così esauriente come lo è oggi, o forse ero io che non sapevo cercare bene le cose. Fatto sta che anche quella ricerca si rivelò infruttuosa.

Già da qualche giorno covavo l’idea di recarmi allo stadio per compiere uno dei tanti pellegrinaggi che sono solito fare quando ci sono impianti famosi da vedere.

Se sono certo che vedrò una partita importante, vado nei pressi dello stadio, faccio il mio sopralluogo, cerco di capire a quale delle due squadre appartengono le curve, da dove entrerà una tifoseria e da dove l’altra. Le abitudini sono dure a morire e questo è un retaggio della passata vita da ultras.

Lo feci anche in questo caso, sperando, una volta arrivato, di capire se ci fosse qualche possibilità di trovare questi benedetti biglietti.

Per arrivare allo Stadio Nacional, dal mio ostello, dovevo attraversare a piedi una buona fetta della città, che non è mai una buona idea. Prima di tutto perché le capitali sudamericane sono enormi. Anzi, sembrano infinite.

E poi perché il fatto di camminare, da soli, in posti dove, fino a pochi anni fa, ci sono state dittature militari come quella cilena, è un’esperienza realmente disturbante.

Dopo essermi incamminato, cominciai a ripensare a tutti i personaggi e i posti dei quali avevo notizia grazie a Luis Sepulveda, alle migliaia di deportati, torturati e uccisi per ordine del Generale Pinochet.

Camminai di fianco a quei fantasmi fin nei pressi dello stadio. Una volta arrivato, quei fantasmi si fermarono e devo dire di aver provato poche volte una solitudine così grande. Era come sei mi stessero dicendo: “Noi siamo morti lì dentro e non ci torneremo mai”.

I dintorni dello stadio erano spogli, aridi. Qua e là notai pattuglie dell’esercito, cosa che fa sempre un certo effetto; sicuramente in quel momento mi fece paura.

Dopo essermi avviato verso l’entrata mi sentii chiamare da lontano. Fu uno di quei soldati a farmi un cenno da lontano. “Non fare foto”, voleva dire quel gesto.

Annuii e mi avviai verso l’ingresso. Il cancello era aperto e mi infilai dentro. Nell’antistadio si muovevano lente alcune auto, forse auto di servizio. Non saprei dire.

Continuai a camminare, pensando che qualcuno mi avrebbe fermato. Eppure stavo solo cercando un biglietto per una partita di calcio. Come potevo essere così teso?

O forse no. Forse stavo cercando di esorcizzare una storia che mi era entrata dentro, nel profondo, durante le mie letture.

Sapere di essere dentro al luogo dove le torture erano avvenute, mi diede la sensazione di stare sfidando qualcosa più grande di me. Chi avrebbe vinto? Io o le mie paure?

Andai avanti e vidi una ventanilla, un botteghino (almeno così sembrava), a ridosso della parte esterna delle gradinate e mi avvicinai. Non c’era nessuno nei paraggi e capii all’istante che lì non si vendevano biglietti.

Chiesi al signore all’interno se per caso era possibile trovarne qualcuno. Con un cenno noncurante mi disse di no.

Posso entrare a vedere lo Stadio?” chiesi? Lo colsi di sorpresa, con quella domanda. Alla mia destra si vedeva indistintamente l’accesso agli spalti e anche una porta aperta di accesso al campo.

Non so se non seppe dirmi di no, o se semplicemente la cosa non lo interessasse, fatto sta che mi guardò senza un sì, e senza un no. Senza attendere oltre mi incamminai verso gli spalti. Lui non mi fermò.

Entrando, l’emozione fu grande. Mi tornarono alla mente le foto dei prigionieri con i fucili puntati alle spalle.

Feci un giro sul campo, mi sedetti sulle panchine, entrai in un curva, salii qualche gradino. Devo dire che nulla di calcistico mi venne in mente. Quel posto non era uno stadio e non lo sarà mai più.

Decisi di scattare qualche foto, sfidando il militare che mi aveva intimato di non farlo.

Salii ancora dei gradoni e mi infilai in uno degli accessi a quello che chiamerei secondo anello, anche se in realtà non lo è.

Nei corridoi interni agli spalti, vuoti e bui, provai un sentimento di tristezza. Quasi di disperazione.

Fu abbastanza. Uscii dallo stadio.

Non avrei visto quel derby, e giurai a me stesso che non sarei più entrato in quello stadio.Estadio Nacional de Santiago de Chile con soldados

Sono ormai passati 40 anni dall’assassinio del presidente Allende. Oggi il Cile è lo stato più prospero del Sudamerica. La vita è ripresa normalmente e la maggior parte dei suoi abitanti hanno superato quel terribile anno del 1973.

L’Universidad de Chile e il Colo-Colo giocano regolarmente i loro derby. Le loro tifoserie non hanno nulla da invidiare alle altre tifoserie sudamericane. Mettono in scena ogni domenica la loro festa, i loro vessilli, il loro orgoglio.

E’ giusto che sia così.

In quello stadio si fanno concerti, eventi e ci gioca la nazionale cilena.

Io però non riesco a non pensare. Non riesco a dimenticare.

Io non voglio dimenticare.

Tifosi U. de Chile

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