Una marea rossa invade lo stadio del Velez!

Io non lo sapevo ancora che avrei amato il Racing. Lo giuro.

Lo confesso: c’è stata una volta, nella mia vita, in cui ho seguito l’Independiente in trasferta. L’Independiente in Argentina è una leggenda. Una religione. El rey de copas.

Vincere 7 Copa Libertadores in 20 anni è un record che nessuno supererà mai. E si sa, le leggende affascinano.

Fu così che decisi di andarlo a vedere. Credetemi però, io non lo sapevo che avrei amato il Racing.

Il Velez Sarsfield, da par suo, è una polisportiva come si deve. Sono bravi in tutto. Hanno una delle migliori squadre di calcio, l’unico stadio argentino che rispetti le regole e le norme del calcio moderno. Hanno squadre di basket, di hockey, di volley. E’ una società per bene.

Dal centro di Buenos Aires, per raggiungere l’Estadio Josè Amalfitani, nel quartiere di Liniers, bisogna prendere un treno, il Sarmiento, tristemente famoso per i numerosi incidenti ferroviari che negli anni si sono susseguiti. E’ un treno che definire obsoleto risulta quasi riduttivo.

Come dicevo, Velez – Independiente fu la partita che scelsi quel giorno.

Cosa potevo, quindi, pretendere di più?

Una trasferta insieme a quattro hinchas del Rojo, appena conosciuti, sul treno più pericoloso d’Argentina, nello stadio più bello e moderno che ci fosse.

Domenica mattina presto, fresco autunnale di maggio. Nebbia e fumi degli autobus di fronte alla stazione Once. Mi trovavo lì per caso, con amici di amici, di amici sconosciuti, conosciuti in un locale dove avevo sentito un concerto al quale mi avevano invitato. Confesso che non avevo dormito, quella notte.

Dale… venìte…”, mi disse uno di loro. “Dai vieni”. E io ci andai.

La hinchada dell’Independiente non è esattamente fra quelle che uno si augura di trovarsi di fronte. E’ una tifoseria che fa paura. Si muove in masse enormi, nell’ordine delle decine di migliaia. Sicuramente non tutta gente “a posto”. Trovarmi in mezzo a loro mi fece sentire inadeguato. Cosa stavo facendo?

Pur con qualche timore, salii su quel treno.

I ragazzi con cui ero, e mentirei se dicessi che mi ricordo i nomi, mi portarono nello scompartimento dove di solito, nei giorni infrasettimanali, la gente trasporta le biciclette dalla provincia al centro città. Una tonnara è dire poco. Compressi, sudati e stanchi, ma emozionati, io e i miei improvvisati compagni di viaggio ci scambiammo sguardi di intesa. Quello sguardo che vuol dire “mi raccomando, occhi aperti”.

Solo in quel momento capii che aria tirava. La hinchada era partita con cattive intenzioni. Erano migliaia, sapevano che nessuno li avrebbe fermati.

Arrivammo nei pressi dello stadio dopo circa una mezz’ora di treno. Si aprirono le porte e mi resi conto che quella non era la fermata “ufficiale” della ferrovia. Era una sorta di fermata per treni speciali. Intorno notai erbacce alte, nessuna pensilina o stazione.independiente visitante

 

Fui fra i primi a scendere ed un’ondata di hinchas si riversò su quel prato malandato. Ricordo che quella scena fu emozionante come poche altre. Vedere centinaia di persone con maglie, sciarpe cappelli tutti della stessa squadra è sempre bello, ma in quel momento, complice un po’ di paura, diventò uno dei più bei ricordi, che conservo negli occhi e nella mente.

Immediatamente partirono i cori e la gente si mise in gruppo, il più possibile. Partimmo alla volta delle strade limitrofe allo stadio. La paura dentro di me crebbe.

Da quel momento in poi sarebbe potuto capitare di tutto. Pur avendo una discreta esperienza nella questione ultras, sapevo senza dubbio che gli scontri da quelle parti non sono esattamente come qui da noi. Vidi gente che aveva l’esclusiva intenzione di entrare senza biglietto, sfondare i cordoni di polizia che vedemmo formarsi in lontananza e possibilmente, come se non bastasse, incontrare i tifosi avversari.

Arrivammo allo scontro che in realtà scontro non fu. La polizia aprì le sue fila facendoci passare a grandi gruppi.

Ci ritrovammo magicamente ad un angolo di strada. A quel punto il gruppone si divise. Io rimasi fermo a quell’angolo. Ero senza biglietto, non conoscevo la gente che mi stava intorno, cosa stavo facendo?

Poco lontano da lì, però, gli scontri erano già iniziati. Alcuni hinchas dell’Independiente erano riusciti a trovarne alcuni del Velez, che ovviamente non si tirarono indietro. Vidi il tutto da lontano, finché non fu chiaro che la polizia ci avrebbe caricato. Seguii i ragazzi che mi avevano portato fino a lì. Girammo un altro angolo, e ci rendemmo conto che eravamo quasi giunti al settore riservato agli ospiti. A quel punto la polizia ci spinse dentro allo stadio, senza controllare biglietti né perquisirci.

Una volta dentro, andai subito verso gli spalti e notai che dentro nell settore ospiti erano già presenti migliaia di tifosi del Rojo. Mancava ancora molto alla partita, lo stadio era già pieno. La situazione si calmò anche fuori e gli ultimi tifosi Independiente riuscirono ad entrare. Nessuno parlava degli scontri e mi resi conto che quella era stata solo una normalissima, ordinaria scaramuccia, “sin fierros”, come dicono loro. Senza pistole.independiente hinchada bandera gigante

 

Forse fu solo in quel momento che mi resi conto del rischio che avevo corso. Però ne era valsa la pena.

Quando la partita cominciò iniziò la solita grande festa delle tifoserie. L’Independiente, in cui giocava un giovanissimo Agüero, si avvicinò al gol solo in qualche occasione.

Lo 0-0 di quel giorno mi lasciò un po’ di amaro in bocca. Sarebbe stato bello vedere un gol in trasferta. Chissà cosa sarebbe successo.

Il ritorno fu sicuramente più tranquillo. I miei “amici” furono soddisfatti di come erano andate le cose e mi salutarono, una volta tornati alla stazione.

Io giuro che non la sapevo, quel giorno, che sarei diventato tifoso del Racing. Giuro che non lo sapevo.

 

 

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