West Ham United 1-1 Stoke City

Il calcio è una liturgia, e come tale ha le sue sequenze ed i suoi riti da osservare e ripetere, sempre uguali a sé stessi, finché non diventano abitudine. In modo assolutamente naturale questa ritualità si è consolidata nella terra santa, dove questa messa pagana è stata inventata.

Si capisce subito, infatti, che i preliminari che avvengono nella Green Street, stradina nell’est di Londra, siano meccanismi ben oliati, consolidati da ripetizioni perpetuate per un numero imprecisato di volte. Stavolta il giorno designato è il lunedì, in barba al più tradizionale sabato. Lo shabbat non viene rispettato, è l’agnello da immolare all’altare del dio televisivo, decisamente predominante già dal passato più recente.

Si esce dalla metropolitana e le stazioni della via crucis sono sequenziali come le perline di un rosario, ed allo stesso modo scandiscono le tappe obbligate del cammino iniziatorio; fish’n’chips, banchetto delle sciarpe con i martelli incrociati, hot-dog, agenzie di scommesse e per finire il pub dove i tifosi ospiti non sono benaccetti, come recita un cartello esposto in bella vista sulla porta d’ingresso. Il battesimo della birra è ultimo gradino prima di arrivare alla funzione vera e propria.

Gli altoparlanti ufficiali avviano la celebrazione trasmettendo una litania sciorinata all’unisono dagli spalti, gli incensi sono sparsi sotto forma di bolle di sapone sparate da cannoni a bordo campo, e la partita ha inizio.

Andy Carrol rappresentava il sacerdote del tempio, Peter Crouch il profeta venuto dal Nord del paese con funzione predicatoria, attività che avrebbe svolto per un’ora e mezzo senza, tuttavia, averne riscontro tangibile. I novanta minuti venivano scanditi dai continui campanili, e il tema della partita era di facile lettura: Carrol rappresentava il bersaglio della prima palla, da andare a prendere di testa anche a 30 metri dalla porta da marcare. Così facendo, liberava lo spazio ad un insolito centrocampista offensivo, riconoscibile dal 4 sulle spalle. Gli ospiti riuscivano nel loro intento di assistere alla partita senza sobbarcarsi del prezzo del biglietto, pur cercando senza affanno di sferrare un tiro mancino alla prima occasione utile. Lo schema della partita era talmente prevedibile da lasciare increduli che potesse essere allo stesso tempo anche efficace; tant’è che il vantaggio ospite arrivava puntuale, quasi a coronamento della maggiore astuzia. L’azione decisiva avveniva su calcio d’angolo, conquistato con un lancio lungo. Più British di così ci sarebbe stato solo un Earl Grey alle 5 del pomeriggio.

La ritmica cambiava nel secondo tempo, insieme agli schemi dei locali che cercavano le ripartenze palla a terra con maggior frequenza. Lo spettacolo diventava decisamente più godibile; ne giovavano gli abituali spettatori indigeni ma anche gli occasionali, che a fine celebrazione potranno certamente definirsi soddisfatti. Tanto si faceva ficcante l’azione dei locali che gli ospiti perdevano il vantaggio, a seguito proprio di una percussione manovrata.

Il risultato non sarebbe più cambiato, nonostante gli sterili sforzi dei calciatori ospitanti. Sugli spalti molti sembravano consci dell’esito finale, dato che decidevano di abbandonare il tempio prima che l’arbitro avesse fischiato per tre volte.

La via verso casa era un mesto ritorno, scandito dall’immancabile pioggia e dalle inevitabili recriminazioni, dovute più alla naturale insoddisfazione umana che ad un conquistato merito di portare a casa l’intera busta con le offerte.IMG_20121119_194722

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